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Posti in piedi in Paradiso
Regia: Carlo Verdone Con: Carlo Verdone - Micaela Ramazzotti - Pierfrancesco Favino - Marco Giallini - Diane Fleri - Nicoletta Romanoff - Nadir Caselli - Valentina D'Agostino - Maria Luisa De Crescenzo - Giulia Greco - Gabriella Germani - Roberta Mengozzi Anno: 2012
Trama
Ulisse, Fulvio e Domenico sono tre padri separati costretti a versare quasi tutto quello che guadagnano per mantenere ex mogli e figli. Ulisse, già discografico di successo, vive nel retro del suo negozio di vinili ed ha una figlia, Agnese, che sta a Parigi con la madre Claire. Fulvio, ex critico cinematografico, scrive di gossip e risiede presso un convitto di religiose. Anche lui ha una bambina, di tre anni, che non vede quasi mai a causa del pessimo rapporto con l’ex moglie Lorenza. Domenico, in passato ricco imprenditore, si è riciclato come agente immobiliare, dorme sulla barca di un amico e, per mantenere ben due famiglie, fa il gigolò per signore di una certa età. Dopo un incontro casuale, i tre decidono di andare a vivere insieme per dividere le spese di un appartamento. Inizia così la loro convivenza e la loro amicizia e, dopo una serie di avventure tragicomiche, per i tre giunge il momento di fare i conti con le proprie responsabilità.- Genere: COMMEDIA
- Durata: min
- Regia: Carlo Verdone
- Carlo Verdone, Pasquale Plastino e Maruska Albertazzi
- Prodotto nel 2011 da AURELIO DE LAURENTIIS & LUIGI DE LAURENTIIS PER FILMAURO
- Distribuito da: FILMAURO (2012)
Cast e Troupe
Attori:
Carlo Verdone nel ruolo di Ulisse Diamanti
Pierfrancesco Favino nel ruolo di Fulvio Brignola
Marco Giallini nel ruolo di Domenico Segato
Marco Giallini nel ruolo di Gloria
Diane Fleri nel ruolo di Claire
Nicoletta Romanoff nel ruolo di Lorenza
Valentina D'Agostino nel ruolo di Gaia
Valentina D'Agostino nel ruolo di Marisa
Nadir Caselli nel ruolo di Agnese
Maria Luisa De Crescenzo nel ruolo di Marika Segato
Gabriella Germani nel ruolo di Luisella
Roberta Mengozzi nel ruolo di Gilda
Montaggio:
Costumi:
Fotografia:
Scenografia:
Musiche:
Up Down
La Trama
Tre padri separati con promettenti carriere stroncate alle spalle e, dietro l'angolo, lo spettro della povertà. Ulisse, Fulvio e Domenico vivono storie parallele, accomunate dalle stesse difficoltà economiche: quasi tutto il loro stipendio viene, infatti, versato in alimenti e spese di mantenimento per ex mogli e figli . Dopo un incontro casuale, alla ricerca di una casa in affitto, i tre percepiscono le difficoltà che li lega. Decidono così, per dividere le spese, di vivere insieme: è l'inizio, per loro, di una grande amicizia. In seguito a un malore di Domenico, dovuto allo stress fisico del suo "secondo" lavoro, Ulisse incontra Gloria, una cardiologa appena mollata dal fidanzato: tra loro c'è, da subito, una sintonia particolare. Intanto la situazione economica dei tre peggiora. L'aiuto decisivo arriverà dai loro figli, che supereranno i traumi della lontananza e dei rapporti difficili, per dare una svolta alla vita dei padri. Per Ulisse, Fulvio e Domenico si inizia ad intravedere, forse, uno "spiraglio" di Paradiso.Si sono appena concluse a Cinecittà le riprese dei nuovi film di Garrone e di Virzì, dove gli Studi di Via Tuscolana sono una location importante nella storia stessa dei film, e due nuovi set si aprono.
In questa settimana infatti inizieranno le riprese del nuovo progetto di Carlo Verdone, che dopo IO LORO E LARA, con il suo scenografo Luigi Marchione torna a costruire nei teatri di Cinecittà altre location per i personaggi del suo nuovo film dal titolo provvisorio "POSTI IN PIEDI IN PARADISO", prodotto da Aurelio e Luigi De Laurentiis per Filmauro.
E dal 20 Giugno anche Pappi Corsicato trasferirà negli studi la sua troupe da Bolzano, dove sta già girando da qualche settimana.
3 In questa settimana infatti inizieranno le riprese del nuovo progetto di Carlo Verdone, che dopo IO LORO E LARA, con il suo scenografo Luigi Marchione torna a costruire nei teatri di Cinecittà altre location per i personaggi del suo nuovo film dal titolo provvisorio "POSTI IN PIEDI IN PARADISO", prodotto da Aurelio e Luigi De Laurentiis per Filmauro.
E dal 20 Giugno anche Pappi Corsicato trasferirà negli studi la sua troupe da Bolzano, dove sta già girando da qualche settimana.
Inizia il 13 Giugno 2011 il nuovo film di Carlo dal titolo “Posti In Piedi In Paradiso”. Interpretato da Carlo Verdone, Pierfrancesco Favino, Marco Giallini e Micaela Ramazzotti, sarà un film sulla condizione dei mariti separati o divorziati, costretti a vivere in precarie condizioni economiche.
Ma è sul rapporto che si stabilirà tra i tre protagonisti maschili (costretti loro malgrado a vivere in 40 mq) e la protagonista femminile (Micaela Ramazzotti) che si baserà il film. Quattro vite con retroscena molto differenti, accomunati da una precarietà non solo economica ma anche sentimentale.
La struttura di una tragicommedia corale lo renderà molto diverso da un altro progetto televisivo che narrerà lo stesso argomento. Narrare con leggerezza ma verità questo tema sarà una delle sfide più delicate di Carlo. Che ha voluto un finale dove uno spicchio di “ paradiso” si percepirà per ciascuno dei nostri protagonisti, la cui chiave di speranza è riposta nei loro figli.
Il film avrà la durata di 10 settimane e mezzo e sarà pronto per l’inverno 2012.
Location : Roma e Parigi .
Completeranno , tra gli altri, il cast : Nicoletta Romanoff, Diane Fleri, Valentina D’Agostino, Nadir Caselli, Maria Luisa De Crescenzo, Giulia Greco, Gabriella Germani, Vanni Corbellini, Cristina Odasso, Manuela Morabito, Corinne Jiga, Pierluigi Ferrari, Andrea Purgatori, Paolo Verdone.
Soggetto e Sceneggiatura : Carlo Verdone, Pasquale Plastino e Maruska Albertazzi.
Direttore della Fotografia : Danilo Desideri.
Scenografo : Luigi Marchione.
Montaggio : Antonio Siciliano.
Costumista : Tatiana Romanoff.
Musiche : Fabio Liberatori e Gaetano Curreri.
Organizzatore Generale : Giulio Gallozzi.
Produttore Esecutivo : Maurizio Amati. Prodotto da Luigi ed Aurelio De Laurentiis.
Regia : Carlo Verdone
Ma è sul rapporto che si stabilirà tra i tre protagonisti maschili (costretti loro malgrado a vivere in 40 mq) e la protagonista femminile (Micaela Ramazzotti) che si baserà il film. Quattro vite con retroscena molto differenti, accomunati da una precarietà non solo economica ma anche sentimentale.
La struttura di una tragicommedia corale lo renderà molto diverso da un altro progetto televisivo che narrerà lo stesso argomento. Narrare con leggerezza ma verità questo tema sarà una delle sfide più delicate di Carlo. Che ha voluto un finale dove uno spicchio di “ paradiso” si percepirà per ciascuno dei nostri protagonisti, la cui chiave di speranza è riposta nei loro figli.
Il film avrà la durata di 10 settimane e mezzo e sarà pronto per l’inverno 2012.
Location : Roma e Parigi .
Completeranno , tra gli altri, il cast : Nicoletta Romanoff, Diane Fleri, Valentina D’Agostino, Nadir Caselli, Maria Luisa De Crescenzo, Giulia Greco, Gabriella Germani, Vanni Corbellini, Cristina Odasso, Manuela Morabito, Corinne Jiga, Pierluigi Ferrari, Andrea Purgatori, Paolo Verdone.
Soggetto e Sceneggiatura : Carlo Verdone, Pasquale Plastino e Maruska Albertazzi.
Direttore della Fotografia : Danilo Desideri.
Scenografo : Luigi Marchione.
Montaggio : Antonio Siciliano.
Costumista : Tatiana Romanoff.
Musiche : Fabio Liberatori e Gaetano Curreri.
Organizzatore Generale : Giulio Gallozzi.
Produttore Esecutivo : Maurizio Amati. Prodotto da Luigi ed Aurelio De Laurentiis.
Regia : Carlo Verdone
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MEDIASET presenta una produzione RTI
Prodotta da ROSARIO RINALDO per MAGNOLIA FICTION
Regia FRANCO AMURRI
Basata sulla serie televisiva ANA Y LOS SIETE
Idea originale di ANA G. OBREGONProdotta da STAR LINE PRODUCTIONS S.L.Per TELEVISION ESPANOLA S.A.U.
Soggetto di serie originario MADDALENA DE PANFILIS, TANIA DIMARTINO, GIOVANNA KOCH, AIDA MANGIA, FRANCESCA PRIMAVERA, MASSIMO TORRE
Soggetto di serie FRANCO AMURRI
Soggetto di puntata
FRANCO AMURRI (tutte)
STEFANIA BERTOLA (1a e 4a)
VALERIA GIASI (2a e 5a)
NICOLA GUAGLIANONE (3a e 6a)
FABIO DI RANNO (2a e 5a)
STEFANO SUDRIE' (tutte)
Sceneggiatura di puntata
STEFANIA BERTOLA (1ae 4a)
NICOLA GUAGLIANONE (3a 5a 6a)
STEFANO SUDRIE' (1a 2a 5a 6a)
Head Writer FRANCO AMURRI
Story Editor STEFANO SUDRIE'
Costumi FRANCESCA SARTORI
Costumista associata ELISABETTA ANTICO
Scenografia LUIGI MARCHIONE
Casting Magnolia Fiction ADRIANA SABBATINI
Direttore della fotografia MASSIMO INTOPPA
Montaggio VALENTINA GIRODO
Aiuto regia ANGELO VICARI, ALESSANDRO PASCUZZO
Musiche STEFANO CENCI
Produttore musicale RTI ANTONELLO NAVARRA
Delegato di Produzione RTI GIUSEPPE SCRIVANO
Story Editor RTI SALVATORE MASTRIA
Produttore RTI ALESSANDRA SILVERI
Story Editor Magnolia Fiction FABRIZIO GASPARETTO, MADDALENA RINALDO
Organizzatore generale LUCIANO CALZOLA
Responsabile Comunicazione Fiction LAURA MARCHESE
Ufficio Stampa Mediaset MARIA CRISTINA DE CARO
Ufficio Stampa Magnolia Fiction STUDIO PUNTOeVIRGOLA

Regia: Ermanno Olmi
Lettura del film di Nazareno Taddei Sj
Edav N° 2003 - 315
Titolo del film: CANTANDO DIETRO I PARAVENTI
Titolo originale: CANTANDO DIETRO I PARAVENTI
Cast: regia, sogg., scenegg.: Ermanno Olmi - fotogr.: Fabio Olmi - mus.: Han Yong - mont.: Paolo Cot-tignola - scenogr.: Luigi Marchione - cost.: Francesca Sartori - interpr.: Bud Spencer , alias Carlo Pedersoli (vecchio Capitano portoghese), Jun Ichikawa Li (vedova Ching), Sally Ming Zeo Ni (confidente), Camillo Grassi (nostromo), Makoto Kobayashi (Ammiraglio Ching), Yang Li Xiang (Supremo Ammiraglio Kwo Lang), Guang Wen Li (dignitario imperiale), Ruohao Chen (emissario imperiale), Davide Dragonetti (cliente ignaro), Alberto Capone (cliente militare), Carlene Ko (Mery Red), Sultan Temir Omarov (Ammiraglio Thin Kwei), Bellini Zheng (il piccolo Guiady) - colore - durata: 100’ - musiche da: Orchestra Sinfonica diretta da Gianfranco Plenizio; registrazioni effettuate nei Sony Music Studios di Londra - produz.: Luigi Musini e Roberto Ciccutto per Cinemaundici e Rai Cinema Italia / Pierre Grise Production, Francia - coproduz.: Lakeshore Entertainment Sbs (Gb), con Sky - origine: ITALIA, 2003 - distribuz.: Mikado - col il sostegno di Eurimages e MIBAC - grato nel Montenegro e Roma Studios Pontina
Sceneggiatura : Ermanno Olmi
Nazione: ITALIA
Anno: 2003
Premi: - DAVID DI DONATELLO 2004 PER LA MIGLIOR SCENOGRAFIA (LUIGI MARCHIONE), I MIGLIORI COSTUMI (FRANCESCA SARTORI) E MIGLIORI EFFETTI SPECIALI VISIVI (UBIK VISUAL EFFECTS - BOSS FILM) - NASTRO D·ARGENTO 2004 PER: MIGLIOR SOGGETTO (ERMANNO OLMI), MIGLIOR FOTOGRAFIA (FABIO OLMI), MIGLIOR SCENOGRAFIA (LUIGI MARCHIONE) E MIGLIORI COSTUMI (FRANCESCA SARTORI)
Chiavi tematiche: pace, perdono
La serata è calda, afosa, pesante. Sul palco sale Milly Carlucci, dà l’avvio alle danze. David di Donatello. Anzi, serata del David di Donatello. Si dovrebbe premiare il cinema italiano, festeggiare una stagione quasi finita, alzare i calici brindando alla buona del salute del nostro cinema. Ci vengono i brividi solo a pensarla una cosa del genere. Cosa si fa invece quando non si ha da festeggiare nulla? Ci si annulla nello spettacolo, ci si dimentica nell’oblio acquoso della grancassa rutilante di luci e colori. E’ quello che faremo noi stasera. L’intrattenimento corre sull’esile filo dell’apparizione di qualche personaggio che possa destare l’attenzione, di qualche caratterista che susciti l’ilarità composta del pubblico. Non c’è ne traccia. Appare ad un certo punto l’ormai solito Benigni, ma crediamo bene che dopo la sua sfolgorante apparizione a Sanremo non possa che ripetersi. E’ quello che fa. Il comico dovrebbe creare destabilizzazione, spaesamento, instabilità. Benigni lo sapeva fare molto bene, ma era un periodo lontano questo, un periodo in cui spesso lo si confondeva con un certo Cioni Mario. Altri tempi, altre necessità. Piccola precisazione comunque. La presenza di Benigni non è del tutto gratuita. È presente stasera per commemorare, come la cerimonia richiede, il grande Danilo Donati, il costumista di Casanova felliniano per intenderci, venuto a mancare non molto tempo fa mentre stava lavorando proprio al “Pinocchio” di Benigni. Un altro grande nome che se ne va questo, residuo malinconico di un cinema di cui non riusciamo ad intravedere più nemmeno il fantasma. Altro punto forte della serata: Liza Minnelli. Anche lei ci ricorda belle pagine di cinema (Scorsese, Fosse), e di bel canto, ma ci appare irrimediabilmente stonata rispetto all’ambiente che la ospita. Veniamo assaliti da una sorta di straniamento prospettico che ci porta a percorrere altri crinali visivi, altre vie mnemoniche. Non possiamo farci nulla. Quello che abbiamo di fronte agli occhi è malcelato tentativo di coprire un vuoto che coi minuti si fa sempre più incolmabile, sempre più imbarazzante. E’ la volta delle premiazioni tecniche, ma per il momento non vogliamo nemmeno dire il nome del vincitore. Lo riveleremo dopo. Andiamo avanti. Com’è tradizione ormai, ad ogni premio segue la comparsata veloce e furtiva di qualche attore e/o attrice. Di buone notizie per il nostro cinema ce ne sono poche. Ci dà conforto il vedere Castellitto che parla dell’ultimo film di Bellocchio che andrà a Cannes. E’ poco forse, ma non possiamo non esserne soddisfatti. Ci pare poi che Bellocchio, dopo una stagione buia, sia tornato da qualche anno in qua a dei risultati molto interessanti. Migliori attori e attrici dell’anno. Giannini in “Ti voglio bene Eugenio” è eccezionale, ma non è una novità. Che sia il più grande attore italiano in circolazione non è una novità, il suo problema forse negli anni è stato solo quello di aver ceduto troppo alle lusinghe di un cinema facile facile che non ha mai reso giustizia alle sue indubbie capacità espressive (ma un premio lo meritava anche Toni Servillo, con due grandi interpretazioni in “Luna rossa” di Capuano e “L’uomo in più”di Sorrentino). Migliore attrice poi. Quest’anno tocca a Marina Confalone per “Incantesimo napoletano”. Non abbiamo il coraggio di dire niente sul film, né tantomeno sull’attrice. In questi casi è meglio sospendere il giudizio. Migliori non protagonisti sono invece rispettivamente Libero De Rienzo e l’immarcescibile Sandrelli. Il primo vince per “Santa Maradona”, la seconda per “Figli-Hios” di Bechis. Su quest’ultimo premio ci troviamo abbastanza d’accordo: il film di Bechis è soprattutto un cinema d’attori (non tanto “Garage Olimpo”, quanto quest’ultima opera) e la Sandrelli sfuma bene, in una delle parti più ambigue della sua carriera. Ma anche su De Rienzo ci sentiamo abbastanza soddisfatti. Peraltro il regista di “Santa Maradona”, Marco Ponti, ha vinto anche il premio come miglior regista esordiente. Non è un capolavoro il suo film, ma rispecchia bene lo stato del nostro cinema: è un film grazioso, divertente. Niente di più. Cenno finale al vincitore dei nove David a cui era candidato: “Il mestiere delle armi” di Ermanno Olmi. E’ un film di bellezza ascetica, rigorosa, geometrica. In lontananza si sente l’eco di Bresson, di Dreyer, ma anche di Rossellini. Ma ciò che più conta ai fini della nostra analisi è che si tratta di un’opera fuori dal tempo. Non appartenente a nulla che si giri oggi in Italia. In più, non si può dire che Olmi sia un giovanotto, visto che fa cinema da più di quarant’anni. Dove sono i suoi “discepoli”? Dove sono le speranze del cinema italiano per il futuro? Il problema per farla breve è questo, ed è più grave di quanto non si possa pensare. Non c’è ricambio, non ci sono idee nuove, non c’è quasi più sguardo su questo maledetto reale. Siamo contenti per Olmi che se lo merita pienamente il suo successo, ma non possiamo non pensare con un po’ di malinconia all’unico film italiano della stagione capace di creare veri e proprio terremoti della visione. Parliamo di quel “L’uomo in più” (una delle poche sorprese positive della stagione scorsa), riflessione lancinante sulla sconfitta, sulla perdita, sul dolore. Dopo il funerale celebrato stasera, abbiamo bisogno di una nuova nascita. Il nostro cinema è da qui che deve ripartire.CINEMA ITALIANO
miglior film
"IL MESTIERE DELLE ARMI"prodotto da Luigi Musini, Roberto Cicutto, Ermanno Olmi (Cinema11undici), RAICinema, Studiocanal, Taurusproduktionper la regÏa di Ermanno Olmi
migliore regista
Ermanno OLMI"IL MESTIERE DELLE ARMI"
migliore regista esordiente
Marco PONTI"SANTA MARADONA"
migliore sceneggiatura
Ermanno OLMI"IL MESTIERE DELLE ARMI"
migliore produttore
Luigi Musini, Roberto Cicutto, Ermanno Olmi (Cinema11undici), RAICinema, Studiocanal, Taurusproduktion "IL MESTIERE DELLE ARMI"
migliore attrice protagonista
Marina CONFALONE"INCANTESIMO NAPOLETANO"
migliore attore protagonista
Giancarlo GIANNINI"TI VOLGIO BENE EUGENIO"
migliore attrice non protagonista
Stefania SANDRELLI"FIGLI" (Hijos)
migliore attore non protagonista
Libero DE RIENZO"SANTA MARADONA"
migliore direttore della fotografia
Fabio OLMI"IL MESTIERE DELLE ARMI"
migliore musicista
Fabio VACCHI"IL MESTIERE DELLE ARMI"
migliore scenografo
Luigi MARCHIONE"IL MESTIERE DELLE ARMI"
migliore costumista
Francesca SARTORI"IL MESTIERE DELLE ARMI"
migliore montatore
Paolo COTTIGNOLA"IL MESTIERE DELLE ARMI"
migliore fonico di presa diretta
Remo UGOLINELLI"LUCE DEI MIEI OCCHI"
migliore cortometraggio
"NON DIRE GATTO"di Giorgio TIRABASSI
CINEMA STRANIERO
miglior film
"L'UOMO CHE NON C'ERA"di Joel COEN
PREMIO DAVID SCUOLA
"VAJONT"di Renzo Martinelli
DAVID SPECIALI
Liza MINNELLICarlo RAMBALDIFranco ZEFFIRELLI
Suscita rispetto e incute timore "Il mestiere delle armi". Rispetto per una progettualità di cinema sempre coerente in Olmi, per un lavoro artigianale che sembra seguire le regole del laboratorio del regista stesso. Timore per la distanza che intercorre tra la materia e lo sguardo, tra la costruzione dell'opera (il lavoro della guerra come il lavoro del cineasta) e il risultato della rappresentazione. Distanza e timore anche per la necessità di trattare la Storia argomento alto in cui le icone (quella di Pietro Aretino, di Federico Gonzaga di Alfonso d'Este e soprattutto di Giovanni de' Medici) prevalgono sul mito. Dentro Il mestiere delle armi si sente il gelo della Morte. Morte già annunciata, in apertura, con l'immagine del feretro di Giovanni de' Medici (con una data precisa in didascalia, il 30 novembre 1526), con le testimonianze sulla sua figura che aprono e sviluppano un'opera già "al passato". Ma morte anche annunciata con un'aspirazione all'inanimazione, all'arresto del movimento e alla fissità dello spazio. Il set prende pallidamente vita dalle cartine geografiche, i personaggi da raffigurazioni su testi d'epoca o da dipinti. Il gelo, la neve, gli ampi e desolati scenari della pianura padana prevalgono sulla battaglia tra le armate delle truppe pontificie (il cui capitano è proprio Giovanni de' Medici) e gli Alemanni. In effetti ciò che penetra dentro Il mestiere delle armi è proprio la fatica della quotidianità (L'albero degli zoccoli, I fidanzati), il lavoro come necessità ("Il posto", "Lunga vita alla signora"). Una visione esistenziale estremamente scarna in cui l'oggettività si mescola talvolta con schegge di un sentimento di fede ("Un certo giorno"). Ma Olmi, coerentemente, non si mette mai in gioco. Il mestiere delle armi apre squarci visivi su un'epoca. Il primo Rinascimento è guardato come tardo Medioevo dove l'uomo, con il suo stesso corpo, è principalmente "macchina da guerra". Certamente, nel cinema italiano che quest'anno sembra guardare "tempi lontanissimi" (il deludente e presuntuoso "I cavalieri che fecero l'impresa" di Pupi Avati, il coraggioso ed essenziale "Gostanza da Libbiano" di Paolo Benvenuti), l'opera di Olmi è ammirevole per il suo rigore figurativo, per il rispetto assoluto nei confronti della materia trattata e soprattutto per il suo personaggio. Ma ne "Il mestiere delle armi" non c'è mai partecipazione, non c'è una goccia di sudore, non si avverte mai la prevalenza della carne sulla raffigurazione (tranne nel finale con le scene dell'agonia di Giovanni de' Medici che creano una violenta frattura rispetto al precedente equilibrio visivo).
Un film pedagogico forte quello di Olmi, che evidenzia tappe fondamentali dell'arte del combattimento (l'invenzione dell'arma da fuoco che ha ucciso Giovanni de' Medici), ma un film in cui si sente tutto il peso del meccanismo che l'ha guidato, che lascia fuori-campo, accennati e abbandonati, un erotismo mai risolto, uno slancio sempre troppo contenuto, un'illusorietà e sfuggevolezza della giovinezza che forse ha rappresentato l'idea e l'utopia più interessante del film. Peccato sia rimasta soltanto un'ipotesi.
Regia: Ermanno Olmi
Sceneggiatura: Ermanno Olmi
Fotografia: Fabio Olmi
Montaggio: Paolo Cottignola
Musica: Fabio Vacchi
Scenografia: Luigi Marchione
Costumi: Francesca Sartori
Interpreti: Hristo Jivkov (Giovanni de'Medici), Sergio Grammatico (Federico Gonzaga, marchese di Mantova), Dimitar Ratchkov (Luc'Antonio Cuppano), Fabio Giubbani (Matteo Cusastro), Sasa Vulicevic (Pietro Aretino), Dessy Tenekedjieva (Maria Salviati de'Medici), Sandra Ceccarelli (nobildonna di Mantova), Giancarlo Belelli (Alfonso d'Este, duca di Ferrara), Paolo Magagna (Francesco Maria della Rovere, duca d'Urbino), Nikolaus Moras (Zorzo Frundsberg)
Produzione: Cinema11Undici/RAI Cinema/Studio Canal+/Taurusproduktion
Distribuzione: Mikado
Durata: 105'
Origine: Italia/Francia/Germania, 2001
di: Carlo Verdone
Un film corale, in cui tutti sono protagonisti, girato quasi esclusivamente in interni e con un impianto fortemente teatrale. Il regista è, infatti, tornato agli studi di Cinecittà, dove non metteva piede dal 1991, quando aveva diretto Margherita Buy in Maledetto il giorno che t'ho incontrato, storia sempre di nevrosi e psicanalisi.
Nel cast oltre a Verdone, per una volta in un ruolo molto misurato, Marco Giallini, Anna Bonaiuto, Angela Finocchiaro e “il più bel primo piano del cinema italiano”, l’attrice Laura Chiatti, con cui Verdone voleva lavorare da tempo. Perno cui ruotano tutti attorno, la sua Lara è divertente, buffa ma anche molto misteriosa e complessa. Di lei non si sa quasi nulla.
Per scoprirlo non ci resta che andare al cinema dal 5 Gennaio 2010.
CAST ARTISTICO
film designer, production designer, art director
Prodotta da ROSARIO RINALDO per MAGNOLIA FICTION
Regia FRANCO AMURRI
Basata sulla serie televisiva ANA Y LOS SIETE
Idea originale di ANA G. OBREGONProdotta da STAR LINE PRODUCTIONS S.L.Per TELEVISION ESPANOLA S.A.U.
Soggetto di serie originario MADDALENA DE PANFILIS, TANIA DIMARTINO, GIOVANNA KOCH, AIDA MANGIA, FRANCESCA PRIMAVERA, MASSIMO TORRE
Soggetto di serie FRANCO AMURRI
Soggetto di puntata
FRANCO AMURRI (tutte)
STEFANIA BERTOLA (1a e 4a)
VALERIA GIASI (2a e 5a)
NICOLA GUAGLIANONE (3a e 6a)
FABIO DI RANNO (2a e 5a)
STEFANO SUDRIE' (tutte)
Sceneggiatura di puntata
STEFANIA BERTOLA (1ae 4a)
NICOLA GUAGLIANONE (3a 5a 6a)
STEFANO SUDRIE' (1a 2a 5a 6a)
Head Writer FRANCO AMURRI
Story Editor STEFANO SUDRIE'
Costumi FRANCESCA SARTORI
Costumista associata ELISABETTA ANTICO
Scenografia LUIGI MARCHIONE
Casting Magnolia Fiction ADRIANA SABBATINI
Direttore della fotografia MASSIMO INTOPPA
Montaggio VALENTINA GIRODO
Aiuto regia ANGELO VICARI, ALESSANDRO PASCUZZO
Musiche STEFANO CENCI
Produttore musicale RTI ANTONELLO NAVARRA
Delegato di Produzione RTI GIUSEPPE SCRIVANO
Story Editor RTI SALVATORE MASTRIA
Produttore RTI ALESSANDRA SILVERI
Story Editor Magnolia Fiction FABRIZIO GASPARETTO, MADDALENA RINALDO
Organizzatore generale LUCIANO CALZOLA
Responsabile Comunicazione Fiction LAURA MARCHESE
Ufficio Stampa Mediaset MARIA CRISTINA DE CARO
Ufficio Stampa Magnolia Fiction STUDIO PUNTOeVIRGOLA
Modigliani is a 2004 semi-biographical film of the Italian artist Amedeo Modigliani.
Plot
Set in Paris in 1919, biopic centers on the life of late Italian artist Amedeo Modigliani, focusing on his last days as well as his rivalry with Pablo Picasso. Modigliani, a Jew, has fallen in love with Jeanne, a young and beautiful Catholic girl. The couple has an illegitimate child, and Jeanne's bigoted father sends the baby to a faraway convent to be raised by nuns. Modigliani is distraught and needs money to rescue and raise his child. The answer arrives in the shape of Paris' annual art competition. Prize money and a guaranteed career await the winner. Neither Modigliani, nor his dearest friend and rival Picasso have ever entered the competition, believing that it is beneath true artists like themselves. But push comes to shove with the welfare of his child on the line, and Modigliani signs up for the competition in a drunken and drug-induced tirade. Picasso follows suit and all of Paris is aflutter with excitement at who will win. With the balance of his relationship with Jeanne on the line, Modigliani tackles this work with the hopes of creating a masterpiece, and knows that all the artists of Paris are doing the same. Once completed he calls his dearest friend to take the painting to the competition and to make sure no one touches it. While his friend is taking the painting, Modigliani is at City Hall waiting for him to get legally married with Jeanne. After being the last person to leave, he decides to celebrate with a one drink. Unfortunately his drinking habit made him drink a couple more than expected. The competition was going to start at eight o'clock, and when he realizes he is late he leaves without paying. Two guys that work for the bar follow him and assault him, once they found no money they left him in floor half dead. He wasn't able to celebrate his victory, but when he arrived home Jeanne took care of him, but then his artist friends came and took him to the hospital. He dies later on and Jeanne commits suicide.
Andy García was chosen for the lead. His chief love interest Jeanne Hébuterne is played by Elsa Zylberstein. Modigliani's rival, Pablo Picasso, is portrayed by Omid Djalili.
- Hippolyte Girardot ... Maurice Utrillo
- Eva Herzigova ... Olga Khokhlova (Picasso's wife)
- Udo Kier ... Max Jacob
- Susie Amy ... Beatrice Hastings
- Peter Capaldi ... Jean Cocteau
- Louis Hilyer ... Léopold Zborowski
- Stevan Rimkus ... Chaim Soutine
- Dan Astileanu ... Diego Rivera
- George Ivascu ... Moise Kisling
- Michelle Newell ... Eudoxie Hébuterne
- Frederico Ambrosino ... Little Dedo
- Miriam Margolyes ... Gertrude Stein
The film was not well received by critics. New York Times critic Stephen Holden wrote, "The best and maybe the only use to be made of the catastrophic screen biography Modigliani is to serve as a textbook outline of how not to film the life of a legendary artist."[1]
Appearing at a number of Film Festivals in 2004 and 2005, Modigliani saw its world premiere at the Gala Selection of the Toronto Film Festival. Also of particular note, it opened the Miami International Film Festival in 2005, and also played at the Bergen International Film Festival, the Washington Jewish Film Festival, The Capri Hollywood Film Festival, the Bangkok International Film Festival, The Mexico City International Contemporary Film Festival, Spain's Mostra de Valencia Cinema del Mediterranean, Italy’s Festival Due Mondi, California's San Jose Jewish Film Festival, and the Sonoma Film Festival.
Modigliani was nominated for two International Press Academy Golden Satellite Awards: to Pam Downe for Costume Design and Luigi Marchione and Vlad Vieru for Art Direction and Production Design
Dramatized biography of painter Amedeo Modigliani, who competes with his rival Picasso in an art contest, hoping to raise the money to free his child from a convent.Genre - Drama Director(s) - Mick Davis Writer(s) - Mick Davis Cast - Andy Garcia, Elsa Zylberstein, German star Udo Kier and Omid Djalili Blue Rider's Role - Bridge financier Distributor(s) - MGM, Bauer Martinez Studios, many territorial distributors Release Date - 2004 Synopsis - Set in Paris in 1919, biopic centers on the life of Italian artist Amedeo Modigliani, focusing on his last days and his rivalry with Pablo Picasso. Modigliani, a Jew, has fallen in love with Jeanne, a young and beautiful Catholic girl. The couple has an illegitimate child, and Jeanne's bigoted parents send the baby to a distant convent to be raised by nuns. Modigliani is distraught and needs money to rescue and raise his child. The answer arrives in the shape of Paris' annual art competition. Prize money and a guaranteed career await the winner. Neither Modigliani, nor his dearest friend and rival Picasso has ever entered the competition, believing that it is beneath true artists like themselves. But Modigliani signs up for the competition in a drunken and drug-induced tirade. Picasso follows suit and all of Paris is aflutter with excitement at who will win. With the balance of his relationship with Jeanne on the line, Modigliani tackles this work with the hopes of creating a masterpiece, and knows that all the artists of Paris are doing the same.
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- Director: Mick Davis
Plot
A gifted artist wages a personal war against his demons as well as a world that refuses to accept his creative vision in this biographical drama based on the true story of Amedeo Modigliani. Modigliani (Andy Garcia) was an Italian Jew who was living in Paris in the 1910s, when the city's bohemian community was in full flower. While Modigliani was a uniquely gifted painter and sculptor, his friend and rival Pablo Picasso (Omid Djalili) had already found fame and fortune; Modigliani's work had yet to reach a significant audience beyond the city's creative inner circle. Though Modigliani stubbornly refused to compromise his vision for the sake of sales, he was alternately troubled and enraged by the lack of acceptance for his art, and was known to buffer his bruised ego with alcohol and opium, which made his often unpredictable and sometimes violent behavior all the more volatile. Modigliani also had a mistress, Jeanne Hebuterne (Elsa Zylberstein), who had been disowned by her wealthy family for falling in love with a Jew and having his child out of wedlock. When Hebuterne discovered she was pregnant again, Modigliani faced pressure to marry her, and had to face the practical question of how to support his offspring. Modigliani's fate rested upon winning an annual art competition in Paris, which would have given him a needed influx of cash, leaving him understandably enraged when Picasso also chose to enter a work in the contest. ~ Mark Deming, Rovi
Cast
- Andy Garcia - Amedeo Modigliani
- Elsa Zylberstein - Jeanne Hebuterne
- Hippolyte Girardot - Utrillo
- Omid Djalili - Pablo Picasso
- Eva Herzigova - Olga
Credit
Roberto Bessi - Associate Producer, Patrick Godeau - Associate Producer, Stefan Jonas - Associate Producer, Andrei Boncea - Associate Producer, Antonio Guadalupi - Associate Producer, Pam Downe - Costume Designer, Mick Davis - Director, Emma E. Hickox - Editor, Marcos Zúriñaga - Executive Producer, Andy Garcia - Executive Producer, Gary Ungar - Executive Producer, Antony Blakey - Executive Producer, Stephen Marsden - Executive Producer, Paul Feetum - Executive Producer, Douglas W. Miller - Executive Producer, Karinne Behr - Executive Producer, Donald A. Barton - Executive Producer, Guy Farley - Composer (Music Score), Giantito Burchiellaro - Production Designer, Manu Kadosh - Cinematographer, André Djaoui - Producer, Philippe Martinez - Producer, Alan Latham - Producer, Stephanie Martinez-Campeau - Producer, Mick Davis - Screenwriter
CINEMA E PITTURA

"I colori dell'anima - Modigliani" di Mick Davis Falsi storici su Amedeo Modigliani di Osvaldo Contenti * | ||||||||||||
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I COLORI DELL’ANIMA - MODIGLIANI (MODIGLIANI)
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Mick Davis
Sceneggiatura: Mick Davis
Fotografia: Emmanuel Kadosh
Scenografia: Luigi Marchione, Enzo Forletta
Costumi: Pam Downe
Musica: Guy Farley
Montaggio: Emma E. Hickox
Prodotto da: André Djaoui, Philippe Martinez, Stéphanie Martinez
(USA, 2004)
Durata: 127'
Distribuzione: Istituto Luce
PERSONAGGI E INTERPRETI
Amedeo Modiglioni: Andy Garcia
Jeanne Hebuterne: Elsa Zylberstein
Pablo Ricasso: Omid Djalili
Olga Picasso: Eva Herzigova
Max Jacob: Udo Kier
Maurice Utrillo: Hippolyte Girardot
Regia: Mick Davis
Sceneggiatura: Mick Davis
Fotografia: Emmanuel Kadosh
Scenografia: Luigi Marchione, Enzo Forletta
Costumi: Pam Downe
Musica: Guy Farley
Montaggio: Emma E. Hickox
Prodotto da: André Djaoui, Philippe Martinez, Stéphanie Martinez
(USA, 2004)
Durata: 127'
Distribuzione: Istituto Luce
PERSONAGGI E INTERPRETI
Amedeo Modiglioni: Andy Garcia
Jeanne Hebuterne: Elsa Zylberstein
Pablo Ricasso: Omid Djalili
Olga Picasso: Eva Herzigova
Max Jacob: Udo Kier
Maurice Utrillo: Hippolyte Girardot
Parigi, 1919, nella capitale dell’arte e dell’avanguardia, si incontrano, e scontrano, Picasso, Rivera, Stein, Cocteau, Soutine, Utrillo e Modigliani, l’intemperante ebreo italiano, il più povero – ancora non riesce a vendere quadri – il più dissoluto, sempre ubriaco, drogato, sopra le righe. Ma il grande Mody è un uomo ricco, perché lui ha l’amore, immenso, di Jeanne, una bellissima ragazza che ha rinunciato a tutto per stare con lui, modella e compagna, la donna di cui dipingerà gli occhi quando ne avrà conosciuto l’anima. E lo farà nell’ultima opera, che s’intitola semplicemente Jeanne e che gli aprirà le porte di tutte le gallerie, prima di morire all’età di trentasei anni, per una tubercolosi contratta a Livorno a quattordici anni e mai curata.
“Che cos’è l’amore? Avete mai amato qualcuno al punto da condannarvi all’inferno per l’eternità? Io l’ho fatto”: è Jeanne (Elsa Zylberstein), lo stesso volto delle teste di Mody, bella ed esangue, che apre e chiude il film, una cornice che racchiude la biografia di Modigliani quasi a giustificarne il racconto sopra le righe in nome dell’amore. Un inizio che lascia presagire la chiave melodrammatica adottata per ricostruire il personaggio, una scelta discutibile, che mette in secondo piano l’arte rispetto allo stile di vita bohemien, la nevrosi, le allucinazioni, la malattia e le intemperanze. Un ritratto che non convince, nonostante l’ottima interpretazione di Andy Garcia che, con gli occhi, e con gestualità teatrale, restituisce l’immagine della follia, perché troppo enfatico. Tra flashback e allucinazioni, la costruzione procede stanca, con passaggi a tratti troppo bruschi. Bella la scena della “creazione” in cui sul ritmo di un’ Ave Maria moderna, si susseguono le immagini dei pittori amici – nemici Picasso, Rivera, Soutine, Utrillo e Modigliani nell’atto di dar corpo al quadro che concorrerà alla gara del Café Rotonde. Per contrasto rispetto a tutte le altre scene, qui Mody è l’unico che dipinge sereno e rilassato, con il sorriso sul volto, mentre ritrae la bella Jeanne, quasi a dimostrare che il genio trova pace solo quando crea.
“Che cos’è l’amore? Avete mai amato qualcuno al punto da condannarvi all’inferno per l’eternità? Io l’ho fatto”: è Jeanne (Elsa Zylberstein), lo stesso volto delle teste di Mody, bella ed esangue, che apre e chiude il film, una cornice che racchiude la biografia di Modigliani quasi a giustificarne il racconto sopra le righe in nome dell’amore. Un inizio che lascia presagire la chiave melodrammatica adottata per ricostruire il personaggio, una scelta discutibile, che mette in secondo piano l’arte rispetto allo stile di vita bohemien, la nevrosi, le allucinazioni, la malattia e le intemperanze. Un ritratto che non convince, nonostante l’ottima interpretazione di Andy Garcia che, con gli occhi, e con gestualità teatrale, restituisce l’immagine della follia, perché troppo enfatico. Tra flashback e allucinazioni, la costruzione procede stanca, con passaggi a tratti troppo bruschi. Bella la scena della “creazione” in cui sul ritmo di un’ Ave Maria moderna, si susseguono le immagini dei pittori amici – nemici Picasso, Rivera, Soutine, Utrillo e Modigliani nell’atto di dar corpo al quadro che concorrerà alla gara del Café Rotonde. Per contrasto rispetto a tutte le altre scene, qui Mody è l’unico che dipinge sereno e rilassato, con il sorriso sul volto, mentre ritrae la bella Jeanne, quasi a dimostrare che il genio trova pace solo quando crea.
Cantando dietro i Paraventi è un film del 2003 scritto e diretto da Ermanno Olmi, ambientato nella Cina Imperiale e ispirato alla vera storia della piratessa Ching. In Italia è arrivato nelle sale cinematografiche il 24 ottobre 2003.
Trama
La pellicola comincia in Cina con un giovane studente che per errore viene condotto in un teatrino fuori mano dove durante lo spettacolo è possibile ottenere prestazioni sessuali. La rappresentazione teatrale si apre con un monologo di un vecchio capitano di vascello dall'accento portoghese sul fascino della pirateria, fino ad arrivare al racconto delle vicende di Ching, piratessa ai tempi della Cina Imperiale.
Ching è la moglie di un temuto ammiraglio pirata che tormenta le coste cinesi mettendo a ferro e fuoco i villaggi. Una notte il marito viene avvelenato ed ucciso a tradimento dai suoi finanziatori, offesi per la sua disponibilità a collaborare con l'Imperatore. Incapace di accettare la morte del marito Ching decide di indossare l'uniforme del pirata e di continuare la sua opera di scorribande per tenere alto l'onore della figura offesa da un gesto cosi vigliacco. Ad affiancarla nella guida della flotta pirata vi è lo stesso capitano portoghese che fa da narratore nel teatro.
Le gesta della piratessa le fanno guadagnare una grande fama per i mari della Cina le sue azioni intaccano la stessa collaborazione che il defunto compagno intendeva stipulare con il governo cinese. Al tempo stesso introduce nuove regole di comportamento e rispetto delle merci saccheggiate e delle donne rapite.
Alla morte del vecchio imperatore, il figlio Kai-Qing appena asceso al trono, affida al supremo ammiraglio Kwu Lang il compito di combattere la piratessa. La flotta imperiale attacca i pirati in uno scontro notturno ma viene sconfitta dalle forze di Ching e l'ammiraglio Kwu Lang si toglie la vita per lavare il disonore subito.
Il comando supremo delle flotte imperiali passa nelle mani di Thin Kwei ed il governo prepara una grande armata per attaccare e distruggere la vedova Ching.
Le navi dei pirati vengono circondate da un gran numero di vascelli guidati dall'ammiraglia imperiale. Nel corso della notte uno dei comandanti delle tre navi pirata in cambio di privilegi per lui e per il suo equipaggio diserta il comando di Ching e raggiunge a nuoto la flotta imperiale.
Dopo avere ammainato le vele e non mostrando intenzione di attaccare, dalle navi della flotta ostile si levano in cielo degli aquiloni che riportano sulle loro ali dei messaggi per la piratessa secondo un'antica tradizione: ogni singolo aquilone riporta sulle proprie ali i frammenti di un messaggio riguardante un'antica favola cinese, con la quale l'imperatore chiede alla vedova Ching di arrendersi senza combattere. Sentendosi ormai sconfitta, vista la disparità delle forze a confronto, Ching decide di arrendersi al nemico deponendo la spada, buttandola nel mare e consegnandosi agli imperiali per risparmiare al proprio equipaggio un inutile conflitto. Sull'ammiraglia imperiale incontra l'imperatore che le chiede perché combattere essendo il perdono più forte della legge.
Si ritorna nella realtà del teatro dove il narratore spiega l'epilogo della storia in cui tutti i mari da quel giorno conobbero la pace, gli uomini non ebbero più bisogno di armi per combattere e i giorni vennero rallegrati dalle voci delle donne che cantavano dietro i paraventi.
La sceneggiatura del film si riferisce a documenti conservati negli archivi di Pechino: “Memorie concernenti il Sud delle montagne Meihling” ed all'opera del poeta cinese Yuentsze Yunglun dedicata alla “Piratessa Ching” pubblicata a Canton nel 1830. Durante il film il narratore precisa l'anno in cui si svolgono le vicende, il 1797.
La scelta del regista è di non incentrare la storia sul materiale canonico di un film di pirateria (assalti, arrembaggi, combattimenti, ecc.) a favore di una migliore rappresentazione della realtà storica. Per fare questo Olmi decide di affidarsi al filo conduttore della narrazione, messa in atto in un teatro che racconta la storia principale vista anche da un disorientato ragazzo capitato li per caso, che segue la storia turbato dal piacere dei sensi. Tale visione accompagna anche lo spettatore e lo immerge con gentilezza nei meccanismi del film. Punti di incontro tra realtà e finzione sono gli attori del teatro che al tempo stesso sono i protagonisti della vicenda come delle maschere di se stessi.
Il risultato per la critica è un lavoro dal contenuto pesante e non immediato per la stragrande maggioranza del pubblico, ma che alla fine è apprezzato risultando essere secondo le recensioni degli esperti l'ennesimo capolavoro del regista italiano.
Tutto il percorso del film si riassume in un semplice messaggio che a differenza dei normali film sui pirati è di pace. Nel corso della storia il conflitto si sposta da un significato fisico ad un confronto di valori, fra legge e perdono. La vedova Ching si accorge che il perdono è l'unico mezzo per evitare di far soffrire chi le sta accanto. Con la battuta “Il Perdono è più forte della legge” detta dall'imperatore alla resa della piratessa seguita da un epilogo di pace, viene dato modo allo spettatore di recepire tale messaggio.
Gli aquiloni delle scene finali fanno da sostituti alle bombe a dimostrazione che non sempre è necessario arrivare allo scontro per trovare una soluzione, ma che perdonare può essere un atto più potente di qualunque altra arma che l'uomo possiede.
Le coste cinesi sono state ricostruite girando gli esterni sul lago di Scutari, in Montenegro e facendo ricorso alla tecnologia digitale (soprattutto per le scene della flotta imperiale). Molti gli esperti che hanno ritenuto che il paesaggio non rendesse giustizia alla splendide coste cinesi e che la decisione di girare nei Balcani sia stata un passo falso del regista.
Il brano musicale “In Pace, in canto” di Fabio Vacchi che si ascolta all'interno del film è cantato dalla soprano Alda Caiello con l'Orchestra dell'Universita' degli Studi di Milano diretta da Alessandro Crudele. Le registrazioni si sono svolte all'Auditorium di Milano, elaborazione elettronica di Agon.
- Vecchio capitano portoghese (Bud Spencer): ha il doppio ruolo di narratore della storia e di guida della vedova Ching poiché le dona il suo grande bagaglio di esperienza per aiutarla a condurre quella che fu la flotta del defunto marito.
- Vedova Ching (Jun Ichikawa): una donna che coniuga in se stessa la tenacia di una vedova che vuole proseguire l'opera del marito ed un fascino misterioso e seducente.
Il film è riconosciuto come d'interesse culturale nazionale dalla Direzione generale per il cinema del Ministero per i beni e le attività culturali in base alla delibera ministeriale del 3 aprile 2002.
- 3 David di Donatello e 2 Nominations:
- Vincitore Miglior Scenografo – Luigi Marchione
- Vincitore Miglior Costumista – Francesca Sartori
- Vincitore Migliori Effetti Speciali Visivi – Ubik Visual Effects/Boss Film
- Nomination Miglior Produttore – Roberto Cicutto e Luigi Musini
- Nomination Miglior direttore della Fotografia – Fabio Olmi
- 5 Nastri D'argento e 3 Nominations:
- Vincitore Miglior Fotografia – Fabio Olmi
- Vincitore Migliori Costumi – Francesca Sartori
- Vincitore Miglior Produttore – Andrea Barbagallo
- Vincitore Miglior Soggetto – Ermanno Olmi
- Vincitore Miglior Scenografia – Luigi Marchione
- Nomination Miglior Attore non protagonista – Bud Spencer
- Nomination Regista del Miglior Film – Ermanno Olmi
- Nomination Miglior Produttore – Roberto Cicutto e Luigi Musini
Il lavoro ha ottenuto il Pardo d'Onore al Festival internazionale del film di Locarno ed il Premio Diamanti al cinema (miglior fotografia, miglior scenografia e migliori costumi).
Trama del film Cantando dietro i paraventi: A causa di un equivoco, un giovane studente occidentale approda in un teatrino fuori mano. Superato il primo momento di stupore il giovane cerca di concentrarsi sull'incanto della rappresentazione... E' la storia della celebre Ching, una donna pirata cinese. Suo marito era un ammiraglio, al comando di una potente flotta, incaricato dal governo imperiale di combattere il flagello della pirateria. Ma dietro il fenomeno si nascondono interessi così grandi che, di lì a poco, l'ammiraglio viene assassinato con una porzione di cibo avvelenato. Sconvolta dall'accaduto, la vedova convince i marinai di suo marito a rifiutare ogni altra offerta e a dedicarsi in proprio agli arrembaggi ed ai saccheggi. Dopo i successi iniziali, la flotta dei pirati di Ching viene circondata dalle navi dell'imperatore. La fine sembra vicina: ma i vascelli governativi, anziché sferrare l'attacco decisivo, rimangono nella più totale immobilità... USCITA CINEMA: 24/10/2003 REGIA: Ermanno Olmi SCENEGGIATURA: Ermanno Olmi ATTORI: Bud Spencer, Jun Ichikawa (II), Sally Ming Zeo Ni, Camillo Grassi, Makoto Kobayashi, Yang Li Xiang, Guang Wen Li, Ruohao Chen, Davide Dragonetti, Alberto Capone, Carlene Ko, Sultan Temir Omarov, Bellini Zheng FOTOGRAFIA: Fabio Olmi MONTAGGIO: Paolo Cottignola MUSICHE: Han Yong PRODUZIONE: LUIGI MUSINI E ROBERTO CICCUTTO PER CINEMAUNDICI E RAI CINEMA ITALIA, PIERRE GRISE PRODUCTION (FRANCIA), LAKESHORE ENTERTAINMENT SBS (GB), IN COLLABORAZIONE CON SKY DISTRIBUZIONE: MIKADO PAESE: Italia 2003 GENERE: Drammatico DURATA: 100 Min FORMATO: Colore Soggetto: Ispirato ai documenti conservati negli archivi di Pechino "Memorie concernenti il sud delle montagne Meihling" e all'opera del poeta cinese Yuentsze Yunglun dedicata alla "Piratessa Ching" pubblicata a Canton nel 1830. Critica: "'Cantando dietro i paraventi' è l'esatto contrario dell'imminente 'Kill Bill': se Quentin Tarantino dichiara guerra al mondo intero in nome della vendetta, Ermanno Olmi invoca la pace nel segno del reciproco perdono. Chissà se in futuro qualcuno, evocando i massacri senza fine del 2003, vedrà nella contrapposizione di due film particolarmente significativi la proiezione dell'opposto atteggiamento che divide l'Europa dall'America. (...) Questo è forse il primo film di pirati senza scene cruente: in un quadro di violenza implicita, l'unico arrembaggio è la presa di possesso di una nave che non fa resistenza. Sostenuto da un'antologia musicale che sembra il parto di un compositore solo, 'Cantando dietro i paraventi' emana l'affascinante splendore di un mito sul quale riflettere pur senza intenderlo fino in fondo. Per goderne bisogna dimenticare il cinema dello spettacolo convenzionale. Non a caso la bella studentessa di architettura, Jun Ichikawa, incarnante la vedova Chin, parla della sua avventura come di un'esperienza spirituale". (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 18 ottobre 2003)"Dalla Storia alla leggenda. Dalla guerra alla pace. Dall'Italia alla Cina, una Cina tutta esotica, filtrata con sensibilità e fantasia occidentali. Il nuovo film di Ermanno Olmi, 'Cantando dietro i paraventi', non potrebbe essere più diverso dal 'Mestiere delle armi', il capolavoro con cui il grande regista tornò al cinema dopo un silenzio durato cinque anni. Eppure sono, ognuno a suo modo, due film politici. (...) Paesaggi rapinosi. Cambi di tono e di ritmo continui. Dialoghi costellati di trasparenti allusioni al presente (al governo fischieranno le orecchie). Una colonna sonora incalzante e composita (Han Yong, Stravinskij, Berlioz, Ravel, canti popolari cinesi) che ora esalta, ora congela l'emozione. 'Cantando dietro i paraventi' non è forse il più bel film di Olmi, certo è il più libero e imprevedibile. Anche se tanta libertà finisce per servire un 'discorso' così esplicito da usare le immagini, a differenza che nel 'Mestiere delle armi', dove il senso scaturiva direttamente dal film. Si può ammirare il coraggioso, e sfarzoso, tour de force . Noi preferiamo il rigore dell'Olmi storico." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 24 ottobre 2003)"Di fronte a questa favola meravigliosa e necessaria nata in un tempo cinese fantastico che parla di oggi, si resta in dubbio se amare di più l'uomo Ermanno o il regista Olmi. Risposta: entrambi. 'Cantando dietro i paraventi' è un affascinante capolavoro che parla della fatica necessaria della pace senza mostrare un rivolo di sangue: l'altra faccia di Tarantino. (...) Tutta l'appassionante favola, mediata dal ralenti della memoria, è un omaggio al teatro di Brecht-Strehler, con le sue anime buone, ma anche alla saggezza impetuosa di Kurosawa. Complementare al 'Mestiere delle armi', il film del gran lombardo manzoniano parla delle necessità del perdono, senz'ombra di retorica: la parabola entra nella coscienza e si sistema lì per sempre." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 25 ottobre 2003) "Olmi, e non sarebbe lui sennò, se ne frega altamente dei rozzi sociologismi femministi. Le donne sono fatte per donare serenità e per cantare discretamente dietro i paraventi, come la pioggia per bagnare i campi e il sole per riscaldare. Se poi pirati, azionisti e imperatori odierni abbiano voglia di starlo ad ascoltare, purtroppo, è tutt'altro paio di maniche. Unico appunto a un film che riempie gli occhi e il cuore, rispetto al capolavoro che lo ha preceduto, il suo inclinare verso una semplificazione didascalica che eccede la necessità." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 26 ottobre 2003) Note: - REALIZZATO CON IL SOSTEGNO DI EURIMAGES E DEL MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITA' CULTURALI- E' STATO GIRATO NEL MONTENEGRO E NEI ROMA STUDIOS SULLA PONTINA.- DAVID DI DONATELLO 2004 PER LA MIGLIOR SCENOGRAFIA (LUIGI MARCHIONE), I MIGLIORI COSTUMI (FRANCESCA SARTORI) E MIGLIORI EFFETTI SPECIALI VISIVI (UBIK VISUAL EFFECTS - BOSS FILM)- NASTRO D'ARGENTO 2004 PER: MIGLIOR SOGGETTO (ERMANNO OLMI), MIGLIOR FOTOGRAFIA (FABIO OLMI), MIGLIOR SCENOGRAFIA (LUIGI MARCHIONE) E MIGLIORI COSTUMI (FRANCESCA SARTORI) fonte "RdC - Cinematografo | ||||||||||||
CANTANDO DIETRO I PARAVENTI
Regia: Ermanno Olmi
Lettura del film di Nazareno Taddei Sj
Edav N° 2003 - 315
Titolo del film: CANTANDO DIETRO I PARAVENTI
Titolo originale: CANTANDO DIETRO I PARAVENTI
Cast: regia, sogg., scenegg.: Ermanno Olmi - fotogr.: Fabio Olmi - mus.: Han Yong - mont.: Paolo Cot-tignola - scenogr.: Luigi Marchione - cost.: Francesca Sartori - interpr.: Bud Spencer , alias Carlo Pedersoli (vecchio Capitano portoghese), Jun Ichikawa Li (vedova Ching), Sally Ming Zeo Ni (confidente), Camillo Grassi (nostromo), Makoto Kobayashi (Ammiraglio Ching), Yang Li Xiang (Supremo Ammiraglio Kwo Lang), Guang Wen Li (dignitario imperiale), Ruohao Chen (emissario imperiale), Davide Dragonetti (cliente ignaro), Alberto Capone (cliente militare), Carlene Ko (Mery Red), Sultan Temir Omarov (Ammiraglio Thin Kwei), Bellini Zheng (il piccolo Guiady) - colore - durata: 100’ - musiche da: Orchestra Sinfonica diretta da Gianfranco Plenizio; registrazioni effettuate nei Sony Music Studios di Londra - produz.: Luigi Musini e Roberto Ciccutto per Cinemaundici e Rai Cinema Italia / Pierre Grise Production, Francia - coproduz.: Lakeshore Entertainment Sbs (Gb), con Sky - origine: ITALIA, 2003 - distribuz.: Mikado - col il sostegno di Eurimages e MIBAC - grato nel Montenegro e Roma Studios Pontina
Sceneggiatura : Ermanno Olmi
Nazione: ITALIA
Anno: 2003
Premi: - DAVID DI DONATELLO 2004 PER LA MIGLIOR SCENOGRAFIA (LUIGI MARCHIONE), I MIGLIORI COSTUMI (FRANCESCA SARTORI) E MIGLIORI EFFETTI SPECIALI VISIVI (UBIK VISUAL EFFECTS - BOSS FILM) - NASTRO D·ARGENTO 2004 PER: MIGLIOR SOGGETTO (ERMANNO OLMI), MIGLIOR FOTOGRAFIA (FABIO OLMI), MIGLIOR SCENOGRAFIA (LUIGI MARCHIONE) E MIGLIORI COSTUMI (FRANCESCA SARTORI)
Chiavi tematiche: pace, perdono
È il «film porno di Olmi», dicono scherzosamente in qualche ambiente… qualificato di Roma; e in «Sette» del Corsera mettono Olmi con Camilleri e Fellini nel servizio L’eros (ri)comincia a 70 anni, con qualche accenno a Italo Svevo del Senilità .
Non so però con quanta verità. È vero che non ricordo mai d’aver visto in Olmi, come questa volta, uno spogliarello integrale e una qualche, rara, insistenza sulle cosce di Ching; ma direi che è da sessuofobi lasciarsi conturbare da quelle rapide visioni.
Comunque, aspettatevi bellissime immagini di interni e soprattutto di esterni, qualche rarissima — se volete — anche di seno e di cosce; aspettatevi anche piú di una felice intuizione cinematografica da vero artista. Invece, purtroppo, non aspettatevi risposta a tutti i perché — anche solo narrativi — che vi balzeranno alla mente; accontentatevi invece della meraviglia del come Olmi vi fa vedere le cose che vi presenta.
Notiamo: il film non è — come tutti hanno inteso — la storia della piratessa Ching che si piega a chiedere perdono all’imperatore quando ormai la flotta imperiale, munita poi di motore a vapore al posto dei remi e delle vele, sta per sopraffarla; bensí è quella stessa storia narrata sul palcoscenico di un teatrino-bordello cinese, dove per sbaglio capita uno studente occidentale che sta cercando una conferenza di Cosmologia e che, pur con disappunto ma attratto (pare) dal fascino di quella performance, si lascia irretire da una graziosa prostituta che, pare, l’accompagni fino alla fine di quella storia; e il bravo vecchio Capitano portoghese (Bud Spencer) si accomiata da noi pubblico.
Il film è stato girato nel Montenegro, sul lago di Scutari e nei Roma studios (ex-Dinocittà). Il racconto della piratessa Ching si riferisce a documenti conservati negli Archivi di Pechino «Memorie concernenti il sud delle montagne Meihling» e all’opera omonima del poeta cinese Yuentsze Yunglun. Ma il film non è tutto in essa.
Vediamone comunque la «trama» che ne dà l’Agenzia di Distribuzione (manca ovviamente il finale per ragioni pubblicitarie; e mancano gli accenni ad alcune sequenze importanti che ricorderemo noi): «A causa di un equivoco, un giovane studente occidentale approda in un teatrino fuori mano [ch’è poi il palcoscenico di un bordello]. Superato il primo momento di stupore il giovane cerca di concentrarsi sull’incanto della rappresentazione... È la storia della celebre Ching, una donna pirata cinese. Suo marito è eletto ammiraglio di una potente flotta, incaricato dal governo imperiale di combattere il flagello della pirateria. Ma dietro il fenomeno si nascondono interessi cosí grandi che, di lí a poco, l’ammiraglio viene assassinato con una pozione di cibo avvelenato. Sconvolta dall’accaduto, la vedova convince i marinai di suo marito a rifiutare ogni altra offerta e a dedicarsi in proprio agli arrembaggi ed ai saccheggi. Dopo i successi iniziali, la flotta dei pirati di Ching viene circondata dalle navi dell’imperatore. La fine sembra vicina: ma i vascelli governativi, anziché sferrare l’attacco decisivo, rimangono nella piú totale immobilità...» Si possono ricordare qui le sequenze relative alla vita personale del grande pirata Makoto, curato appassionatamente dalla moglie; alla corte imperiale e particolarmente al vecchio imperatore informato degli avvenimenti e sempre mostrato di spalle allietato poeticamente nella sua vecchiaia da graziosi uccellini; all’attività piratesca, magnificamente realizzata nel lago di Scutari; e continuare la trama con i vascelli imperiali che lanciano aquiloni con parole di pace; e con l’invitta piratessa Ching, che, dopo aver preparato se stessa e la ciurma a rispondere all’attacco che li porterà alla morte, sostanzialmente gloriosa per aver sempre rispettato le norme della dignità e dell’onore, al volo di quegli aquiloni, decide di chiedere perdono al nuovo imperatore, consegnandogli un qualche simbolo di comando e di proprietà che l’imperatore stesso getterà in mare per segnare una pace duratura.
«Da quel momento, — commenta la voce fuori campo — i fiumi e i quattro mari furono sicure e liete strade; i contadini vendettero le loro spade e comprano buoi per arare i campi, mentre le voci delle donne rallegravano il giorno cantando dietro i paraventi.»
Già con questa trama, ci si domanda anzitutto cosa c’entri con la pace, frutto di perdono, il giovanotto che cerca una lezione di Cosmologia (scienza filosofica del Cosmo) e si lascia irretire dal sesso e che si vedrà due volte di sfuggita guardare la scena. Egli entra nel film in un secondo momento quando il Vecchio Capitano portoghese lo ha già iniziato dalla tolda della nave che sarà quella di Ching, parlando della pirateria; e sul palcoscenico si sarà già visto lo spogliarello della donna.
Ma interrogativo ancor piú grosso nasce alla fine: dov’è questo gran discorso del perdono che genera pace, quando è l’imperatore a offrire pace e la nostra Ching, ormai sconfitta, va a chiedere perdono all’imperatore, vestita di abiti lussuosi e invitanti?
Al festival di Pesaro, Olmi ha dichiarato: «In passato, memore della mia esperienza come impiegato della Montedison, me la prendevo con le grandi aziende. E in un momento di pericolo come questo che faccio? Critico Bush e Berlusconi? Tanto non mi ascoltano. Scelgo invece di raccontare una favola per trovare in essa la speranza utopica della pace, del tutto assente dalla realtà di oggi.»
Lasciamo stare le «grandi aziende»; che gli hanno sempre dato il pane e aperto strade, come può dire chi con lui ha vissuto quegli anni. Ma buttiamo tutto in politica? Lasciamo stare anche questo e prendiamo l’unica parola che vale parlando di un film: la parola «favola». Lasciamo pur stare ancora che sia necessaria una favola per dare speranza di pace.
Ma ci chiediamo dov’è la «favola»? La storia di Ching è una storia vera del secolo XVIII, anche se è un poeta a narrarla; il fatto che sia un palcoscenico a rappresentarla non la riduce a favola; il giovanotto che trova la Cosmologia in un bordello è una fatto di realtà, anche se inventato; né basta che il cinema ne dia un’immagine schermica, pur magnifica e poetica, ma realistica, come quella del palcoscenico. E nemmeno bastano i «(...) paesaggi rapinosi [?!?]. Cambi di tono e di ritmo continui. Dialoghi costellati di trasparenti allusioni al presente (al governo fischieranno le orecchie). Una colonna sonora incalzante e composita (Han Yong, Stravinskij, Berlioz, Ravel, canti popolari cinesi) che ora esalta, ora congela l’emozione» di cui parla Fabio Ferzetti, ne «Il Messaggero», 24.10.03, cui però aggiungo il potente Dies irae gregoriano sinfonizzato, inatteso, che troppo ricorda altri film, p.e. SHINING di Kubrick, ma anche altri recenti.
Ferzetti scrive anche: «Questo non è forse il piú bel film di Olmi, certo è il piú libero e imprevedibile. (…) Noi preferiamo il rigore dell’Olmi storico.» Pur tentato, non mi sento di sottoscrivere. Il film mi sembra ben qualcosa di piú con un qualcosina di meno. Io che gli sono stato vicino nei primi meritati trionfi, vorrei dire che Olmi è un grande poeta della realtà; un grande regista…, che però finora non è stato ancora «grande», perché non s’è mai preoccupato di come strutturare ai livelli medio-alti la composizione, per poter «dire» e non solo stupire con le immagini. (Nazareno Taddei sj)
DAVID 2002 – Olmi, “l’uomo in più” del cinema italiano
“Il mestiere delle armi” di Ermanno Olmi stravince i David di Donatello. E’ un film di bellezza ascetica, rigorosa, geometrica. In lontananza si sente l’eco di Bresson, di Dreyer, ma anche di Rossellini. Ma soprattutto si tratta di un’opera fuori dal tempo. Non appartenente a nulla che si giri oggi in Italia.
La serata è calda, afosa, pesante. Sul palco sale Milly Carlucci, dà l’avvio alle danze. David di Donatello. Anzi, serata del David di Donatello. Si dovrebbe premiare il cinema italiano, festeggiare una stagione quasi finita, alzare i calici brindando alla buona del salute del nostro cinema. Ci vengono i brividi solo a pensarla una cosa del genere. Cosa si fa invece quando non si ha da festeggiare nulla? Ci si annulla nello spettacolo, ci si dimentica nell’oblio acquoso della grancassa rutilante di luci e colori. E’ quello che faremo noi stasera. L’intrattenimento corre sull’esile filo dell’apparizione di qualche personaggio che possa destare l’attenzione, di qualche caratterista che susciti l’ilarità composta del pubblico. Non c’è ne traccia. Appare ad un certo punto l’ormai solito Benigni, ma crediamo bene che dopo la sua sfolgorante apparizione a Sanremo non possa che ripetersi. E’ quello che fa. Il comico dovrebbe creare destabilizzazione, spaesamento, instabilità. Benigni lo sapeva fare molto bene, ma era un periodo lontano questo, un periodo in cui spesso lo si confondeva con un certo Cioni Mario. Altri tempi, altre necessità. Piccola precisazione comunque. La presenza di Benigni non è del tutto gratuita. È presente stasera per commemorare, come la cerimonia richiede, il grande Danilo Donati, il costumista di Casanova felliniano per intenderci, venuto a mancare non molto tempo fa mentre stava lavorando proprio al “Pinocchio” di Benigni. Un altro grande nome che se ne va questo, residuo malinconico di un cinema di cui non riusciamo ad intravedere più nemmeno il fantasma. Altro punto forte della serata: Liza Minnelli. Anche lei ci ricorda belle pagine di cinema (Scorsese, Fosse), e di bel canto, ma ci appare irrimediabilmente stonata rispetto all’ambiente che la ospita. Veniamo assaliti da una sorta di straniamento prospettico che ci porta a percorrere altri crinali visivi, altre vie mnemoniche. Non possiamo farci nulla. Quello che abbiamo di fronte agli occhi è malcelato tentativo di coprire un vuoto che coi minuti si fa sempre più incolmabile, sempre più imbarazzante. E’ la volta delle premiazioni tecniche, ma per il momento non vogliamo nemmeno dire il nome del vincitore. Lo riveleremo dopo. Andiamo avanti. Com’è tradizione ormai, ad ogni premio segue la comparsata veloce e furtiva di qualche attore e/o attrice. Di buone notizie per il nostro cinema ce ne sono poche. Ci dà conforto il vedere Castellitto che parla dell’ultimo film di Bellocchio che andrà a Cannes. E’ poco forse, ma non possiamo non esserne soddisfatti. Ci pare poi che Bellocchio, dopo una stagione buia, sia tornato da qualche anno in qua a dei risultati molto interessanti. Migliori attori e attrici dell’anno. Giannini in “Ti voglio bene Eugenio” è eccezionale, ma non è una novità. Che sia il più grande attore italiano in circolazione non è una novità, il suo problema forse negli anni è stato solo quello di aver ceduto troppo alle lusinghe di un cinema facile facile che non ha mai reso giustizia alle sue indubbie capacità espressive (ma un premio lo meritava anche Toni Servillo, con due grandi interpretazioni in “Luna rossa” di Capuano e “L’uomo in più”di Sorrentino). Migliore attrice poi. Quest’anno tocca a Marina Confalone per “Incantesimo napoletano”. Non abbiamo il coraggio di dire niente sul film, né tantomeno sull’attrice. In questi casi è meglio sospendere il giudizio. Migliori non protagonisti sono invece rispettivamente Libero De Rienzo e l’immarcescibile Sandrelli. Il primo vince per “Santa Maradona”, la seconda per “Figli-Hios” di Bechis. Su quest’ultimo premio ci troviamo abbastanza d’accordo: il film di Bechis è soprattutto un cinema d’attori (non tanto “Garage Olimpo”, quanto quest’ultima opera) e la Sandrelli sfuma bene, in una delle parti più ambigue della sua carriera. Ma anche su De Rienzo ci sentiamo abbastanza soddisfatti. Peraltro il regista di “Santa Maradona”, Marco Ponti, ha vinto anche il premio come miglior regista esordiente. Non è un capolavoro il suo film, ma rispecchia bene lo stato del nostro cinema: è un film grazioso, divertente. Niente di più. Cenno finale al vincitore dei nove David a cui era candidato: “Il mestiere delle armi” di Ermanno Olmi. E’ un film di bellezza ascetica, rigorosa, geometrica. In lontananza si sente l’eco di Bresson, di Dreyer, ma anche di Rossellini. Ma ciò che più conta ai fini della nostra analisi è che si tratta di un’opera fuori dal tempo. Non appartenente a nulla che si giri oggi in Italia. In più, non si può dire che Olmi sia un giovanotto, visto che fa cinema da più di quarant’anni. Dove sono i suoi “discepoli”? Dove sono le speranze del cinema italiano per il futuro? Il problema per farla breve è questo, ed è più grave di quanto non si possa pensare. Non c’è ricambio, non ci sono idee nuove, non c’è quasi più sguardo su questo maledetto reale. Siamo contenti per Olmi che se lo merita pienamente il suo successo, ma non possiamo non pensare con un po’ di malinconia all’unico film italiano della stagione capace di creare veri e proprio terremoti della visione. Parliamo di quel “L’uomo in più” (una delle poche sorprese positive della stagione scorsa), riflessione lancinante sulla sconfitta, sulla perdita, sul dolore. Dopo il funerale celebrato stasera, abbiamo bisogno di una nuova nascita. Il nostro cinema è da qui che deve ripartire.CINEMA ITALIANOmiglior film
"IL MESTIERE DELLE ARMI"prodotto da Luigi Musini, Roberto Cicutto, Ermanno Olmi (Cinema11undici), RAICinema, Studiocanal, Taurusproduktionper la regÏa di Ermanno Olmi
migliore regista
Ermanno OLMI"IL MESTIERE DELLE ARMI"
migliore regista esordiente
Marco PONTI"SANTA MARADONA"
migliore sceneggiatura
Ermanno OLMI"IL MESTIERE DELLE ARMI"
migliore produttore
Luigi Musini, Roberto Cicutto, Ermanno Olmi (Cinema11undici), RAICinema, Studiocanal, Taurusproduktion "IL MESTIERE DELLE ARMI"
migliore attrice protagonista
Marina CONFALONE"INCANTESIMO NAPOLETANO"
migliore attore protagonista
Giancarlo GIANNINI"TI VOLGIO BENE EUGENIO"
migliore attrice non protagonista
Stefania SANDRELLI"FIGLI" (Hijos)
migliore attore non protagonista
Libero DE RIENZO"SANTA MARADONA"
migliore direttore della fotografia
Fabio OLMI"IL MESTIERE DELLE ARMI"
migliore musicista
Fabio VACCHI"IL MESTIERE DELLE ARMI"
migliore scenografo
Luigi MARCHIONE"IL MESTIERE DELLE ARMI"
migliore costumista
Francesca SARTORI"IL MESTIERE DELLE ARMI"
migliore montatore
Paolo COTTIGNOLA"IL MESTIERE DELLE ARMI"
migliore fonico di presa diretta
Remo UGOLINELLI"LUCE DEI MIEI OCCHI"
migliore cortometraggio
"NON DIRE GATTO"di Giorgio TIRABASSI
CINEMA STRANIERO
miglior film
"L'UOMO CHE NON C'ERA"di Joel COEN
PREMIO DAVID SCUOLA
"VAJONT"di Renzo Martinelli
DAVID SPECIALI
Liza MINNELLICarlo RAMBALDIFranco ZEFFIRELLI
The Profession of Arms (2001 film)
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The Profession of Arms (Il mestiere delle armi) | |
Directed by | |
Produced by | |
Written by | Ermanno Olmi |
Starring | |
Music by | |
Distributed by | |
Release date(s) | 11 May 2001 (Italy) |
Running time | 105 minutes |
Country | Italy |
Language | |
The Profession of Arms (Italian: Il mestiere delle armi) is a 2001 Italian film directed by Ermanno Olmi.
Contents[hide] |
[edit] Plot
In autumn of 1526, the Emperor, Charles V, sends his German landsknechts led by Georg von Frundsberg to march towards Rome. The inferior papal armies, commanded by Giovanni de'Medici, try to chase them in the midst of a harsh winter. Nevertheless, the Imperial armies manage to cross the rivers along their march and get cannons thanks to the maneuvers of its Lords.
In a skirmish, Giovanni de'Medici is wounded in the leg by a falconet shot. The attempts to cure him fail and he dies. The Imperial armies assault Rome.
The film is beautifully but unassumingly set, and shows the hard conditions in which war is waged and its lack of glory. It ends straightforwardly with the declaration made after the death of Giovanni de'Medici by the commanders of the armies in Europe of not using again fire weapons because of their cruelty.
[edit] Awards
- 9 David di Donatello Awards (Best Film - Best Director: Ermanno Olmi - Best Screenplay: Ermanno Olmi - Best Producer: Luigi Musini, Roberto Cicutto and Ermanno Olmi - Best Production Design: Luigi Marchione - Best Cinematography: Fabio Olmi - Best Costume Design: Francesca Sartori - Best Editing: Paolo Cottignola - Best Music: Fabio Vacchi)
- 3 Nastro d'Argento Prizes (Best Production Design: Luigi Marchione - Best Cinematography: Fabio Olmi - Best Costume Design: Francesca Sartori)
- Palme d'Or (nominated) - 2001 Cannes Film Festival[1]
[edit] References
- ^ "Festival de Cannes: The Profession of Arms". festival-cannes.com. http://www.festival-cannes.com/en/archives/ficheFilm/id/2001909/year/2001.html. Retrieved 2009-10-17.
[edit] External links
Il mestiere delle armi di Ermanno Olmi
Certamente, nel cinema italiano di quest'anno, l'opera di Olmi risulta ammirevole per il suo rigore figurativo, per il rispetto assoluto nei confronti della materia trattata e soprattutto per il suo personaggio. Ma non c'è mai partecipazione, non c'è una goccia di sudore, non si avverte mai la prevalenza della carne sulla raffigurazione
Suscita rispetto e incute timore "Il mestiere delle armi". Rispetto per una progettualità di cinema sempre coerente in Olmi, per un lavoro artigianale che sembra seguire le regole del laboratorio del regista stesso. Timore per la distanza che intercorre tra la materia e lo sguardo, tra la costruzione dell'opera (il lavoro della guerra come il lavoro del cineasta) e il risultato della rappresentazione. Distanza e timore anche per la necessità di trattare la Storia argomento alto in cui le icone (quella di Pietro Aretino, di Federico Gonzaga di Alfonso d'Este e soprattutto di Giovanni de' Medici) prevalgono sul mito. Dentro Il mestiere delle armi si sente il gelo della Morte. Morte già annunciata, in apertura, con l'immagine del feretro di Giovanni de' Medici (con una data precisa in didascalia, il 30 novembre 1526), con le testimonianze sulla sua figura che aprono e sviluppano un'opera già "al passato". Ma morte anche annunciata con un'aspirazione all'inanimazione, all'arresto del movimento e alla fissità dello spazio. Il set prende pallidamente vita dalle cartine geografiche, i personaggi da raffigurazioni su testi d'epoca o da dipinti. Il gelo, la neve, gli ampi e desolati scenari della pianura padana prevalgono sulla battaglia tra le armate delle truppe pontificie (il cui capitano è proprio Giovanni de' Medici) e gli Alemanni. In effetti ciò che penetra dentro Il mestiere delle armi è proprio la fatica della quotidianità (L'albero degli zoccoli, I fidanzati), il lavoro come necessità ("Il posto", "Lunga vita alla signora"). Una visione esistenziale estremamente scarna in cui l'oggettività si mescola talvolta con schegge di un sentimento di fede ("Un certo giorno"). Ma Olmi, coerentemente, non si mette mai in gioco. Il mestiere delle armi apre squarci visivi su un'epoca. Il primo Rinascimento è guardato come tardo Medioevo dove l'uomo, con il suo stesso corpo, è principalmente "macchina da guerra". Certamente, nel cinema italiano che quest'anno sembra guardare "tempi lontanissimi" (il deludente e presuntuoso "I cavalieri che fecero l'impresa" di Pupi Avati, il coraggioso ed essenziale "Gostanza da Libbiano" di Paolo Benvenuti), l'opera di Olmi è ammirevole per il suo rigore figurativo, per il rispetto assoluto nei confronti della materia trattata e soprattutto per il suo personaggio. Ma ne "Il mestiere delle armi" non c'è mai partecipazione, non c'è una goccia di sudore, non si avverte mai la prevalenza della carne sulla raffigurazione (tranne nel finale con le scene dell'agonia di Giovanni de' Medici che creano una violenta frattura rispetto al precedente equilibrio visivo). Un film pedagogico forte quello di Olmi, che evidenzia tappe fondamentali dell'arte del combattimento (l'invenzione dell'arma da fuoco che ha ucciso Giovanni de' Medici), ma un film in cui si sente tutto il peso del meccanismo che l'ha guidato, che lascia fuori-campo, accennati e abbandonati, un erotismo mai risolto, uno slancio sempre troppo contenuto, un'illusorietà e sfuggevolezza della giovinezza che forse ha rappresentato l'idea e l'utopia più interessante del film. Peccato sia rimasta soltanto un'ipotesi.
Regia: Ermanno Olmi
Sceneggiatura: Ermanno Olmi
Fotografia: Fabio Olmi
Montaggio: Paolo Cottignola
Musica: Fabio Vacchi
Scenografia: Luigi Marchione
Costumi: Francesca Sartori
Interpreti: Hristo Jivkov (Giovanni de'Medici), Sergio Grammatico (Federico Gonzaga, marchese di Mantova), Dimitar Ratchkov (Luc'Antonio Cuppano), Fabio Giubbani (Matteo Cusastro), Sasa Vulicevic (Pietro Aretino), Dessy Tenekedjieva (Maria Salviati de'Medici), Sandra Ceccarelli (nobildonna di Mantova), Giancarlo Belelli (Alfonso d'Este, duca di Ferrara), Paolo Magagna (Francesco Maria della Rovere, duca d'Urbino), Nikolaus Moras (Zorzo Frundsberg)
Produzione: Cinema11Undici/RAI Cinema/Studio Canal+/Taurusproduktion
Distribuzione: Mikado
Durata: 105'
Origine: Italia/Francia/Germania, 2001
In questo film è semplicemente perfetto dalla messa in scena alla scelta degli attori, dai volti degli attori particolarmente intensi ai costumi. Le scene, di cui si lamenta la lentezza ma sono il pregio del film perche permettono di riflettere su quello che ci scorre davanti, sono dei grandi dipinti che ci interrogano e ci fanno entrare nel film, per non parlare delle scenografie di Luigi Marchione e degli attori, su tutti Hristo Jivkov e Sergio Grammatico che sembrano usciti dai ritratti di Bronzino e Tiziano. Hristo Jivkov non avra vinto gli oscar ma è un' attore molto apprezzato non solo per la bellezza, il che non guasta, ma anche per la bravura,infatti sarà protagonista di 2 fiction,"L'inchiesta" di Giulio Base e "Mafalda di Savoia" di Zaccaro,un cortometraggio di Bellocchio "Oggi è una bella giornata",e tre film "The counting house" dei Dipteros,"Volo leggero" o "Fly light" di Roberto Lippolis con la Cucinotta e "In memoria di me" secondo film di Saverio Costanzo. Insomma bravi tutti.
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Plot
In autumn of 1526, the Emperor, Charles V, sends his German landsknechts led by Georg von Frundsberg to march towards Rome. The inferior papal armies, commanded by Giovanni de'Medici, try to chase them in the midst of a harsh winter. Nevertheless, the Imperial armies manage to cross the rivers along their march and get cannons thanks to the maneuvers of its Lords.
In a skirmish, Giovanni de'Medici is wounded in the leg by a falconet shot. The attempts to cure him fail and he dies. The Imperial armies assault Rome.
The film is beautifully but unassumingly set, and shows the hard conditions in which war is waged and its lack of glory. It ends straightforwardly with the declaration made after the death of Giovanni de'Medici by the commanders of the armies in Europe of not using again fire weapons because of their cruelty.
Awards
· 9 David di Donatello Awards (Best Film - Best Director: Ermanno Olmi - Best Screenplay: Ermanno Olmi - Best Producer: Luigi Musini, Roberto Cicutto and Ermanno Olmi - Best Production Design: Luigi Marchione - Best Cinematography: Fabio Olmi - Best Costume Design: Francesca Sartori - Best Editing: Paolo Cottignola - Best Music: Fabio Vacchi)
· 3 Nastro d'Argento Prizes (Best Production Design: Luigi Marchione - Best Cinematography: Fabio Olmi - Best Costume Design: Francesca Sartori)
IO, LORO E LARA
di: Carlo Verdone

Produzione: Italia
2009
Genere: Commedia
durata: 115'
Interpreti: Carlo Verdone, Laura Chiatti, Anna Bonaiuti, Marco Giallini, Angela Finocchiaro, Sergio Fiorentini, Olga Balan, Agnese Claisse, Tamara Di Giulio
Sceneggiatura: Carlo Verdone, Pasquale Plastino, Francesca Marciano
Fotografia: Danilo Desideri
Montaggio: Claudio Di Mauro
Scenografia: Luigi Marchione
Costumi: Tatiana Romanoff
Colonna Sonora: Fabio Liberatori
TRAMA
Padre Carlo, missionario in Africa, torna a Roma per un periodo di riposo e meditazione in famiglia. Trova il padre sposato alla badante moldava e i fratelli sull'orlo di svariate crisi. In più c'è una giovane donna turbulenta e misteriosa...
RECENSIONI
Stasera a casa di Lara
Dopo il comico puro di Grande grosso e Verdone, il Carlo nazionale torna alla commedia con blande sfumature drammatiche, e se il risultato è superiore a quelli degli ultimi anni (specie al tremendo Il mio miglior nemico), l'opera non convince del tutto.
La crisi di mezz'età, che sia fisica, spirituale o professionale, non è certo un tema nuovo per il regista, come del resto non lo sono le nevrosi, i tic e la superficialità dei personaggi di contorno e la presenza di una dark lady sotto sotto dannatamente angelica. In Io, loro e Lara si danno convegno gli spunti dei più riusciti film di Verdone, da Io e mia sorella (citato quasi letteralmente nel rapporto fra il prete e la psicologa) a Maledetto il giorno che t'ho incontrato (cui fanno pensare l'incipit, con il montaggio parallelo degli interrogatori cui vengono sottoposti padre Carlo e Lara, e il personaggio femminile che irrompe quasi con violenza nella vita del protagonista), fino a Sono pazzo di Iris Blond (il rapporto pigmalionico "al contrario", in forza del quale Lara guida il fratello acquisito alla scoperta degli aspetti meno edificanti della vita secolare). Il riciclo è svolto con un certo gusto e con maggiore inventiva rispetto, ad esempio, all'ultimo Woody Allen, ma assorbe nondimeno una parte cospicua delle energie di Verdone, che dimentica di dare consistenza ai personaggi secondari (abbastanza deprimenti le due adolescenti emo, che sembrano uscite da uno sketch televisivo, ma il top - per così dire - spetta al fratello disordinatamente cocainomane), di togliere rigidità ai dialoghi (quelli con i famigliari vedono il protagonista regolarmente "accerchiato" e puntualmente costretto al silenzio) e di predisporre uno scioglimento non dico plausibile, ma coerente con le premesse "serie" e vagamente lugubri (l'amplesso fatale) poste dalla prima parte. E invece il mistero di Lara si chiarisce prima ancora di essersi delineato (la telefonata volenterosamente depistante), gli screzi si ricompongono un po' troppo alla svelta e la pace familiare torna a regnare su tutto e tutti. E non bastano una sequenza perfettamente congegnata come quella del pranzo "riparatore", magnifico esempio di come tutto possa andare per il verso giusto (che poi nello slapstick è quello sbagliato) anche se gli ingredienti non sono di prima scelta (se si azzecca il ritmo e lo si mantiene senza cedimenti, il più è fatto), e la strizzata d'occhio conclusiva (la famiglia che si "sgretola" sullo schermo del pc) ad affrancare Io, loro e Lara dalla categoria, inevitabilmente malinconica, del "carino".
Superbo il cast, comunque, capitanato da un'Anna Bonaiuto in grande spolvero, e bella l'intensità con cui Laura Chiatti regge i numerosi primi piani a lei dedicati (luminoso, in particolare, quello dell'orazione funebre). Curiosità: sotto il trucco pesante di Aida ritroviamo Agnese Claisse, figlia di Laura Morante, deliziosa e insopportabile pupetta in Ferie d'agosto di Paolo Virzì.
La crisi di mezz'età, che sia fisica, spirituale o professionale, non è certo un tema nuovo per il regista, come del resto non lo sono le nevrosi, i tic e la superficialità dei personaggi di contorno e la presenza di una dark lady sotto sotto dannatamente angelica. In Io, loro e Lara si danno convegno gli spunti dei più riusciti film di Verdone, da Io e mia sorella (citato quasi letteralmente nel rapporto fra il prete e la psicologa) a Maledetto il giorno che t'ho incontrato (cui fanno pensare l'incipit, con il montaggio parallelo degli interrogatori cui vengono sottoposti padre Carlo e Lara, e il personaggio femminile che irrompe quasi con violenza nella vita del protagonista), fino a Sono pazzo di Iris Blond (il rapporto pigmalionico "al contrario", in forza del quale Lara guida il fratello acquisito alla scoperta degli aspetti meno edificanti della vita secolare). Il riciclo è svolto con un certo gusto e con maggiore inventiva rispetto, ad esempio, all'ultimo Woody Allen, ma assorbe nondimeno una parte cospicua delle energie di Verdone, che dimentica di dare consistenza ai personaggi secondari (abbastanza deprimenti le due adolescenti emo, che sembrano uscite da uno sketch televisivo, ma il top - per così dire - spetta al fratello disordinatamente cocainomane), di togliere rigidità ai dialoghi (quelli con i famigliari vedono il protagonista regolarmente "accerchiato" e puntualmente costretto al silenzio) e di predisporre uno scioglimento non dico plausibile, ma coerente con le premesse "serie" e vagamente lugubri (l'amplesso fatale) poste dalla prima parte. E invece il mistero di Lara si chiarisce prima ancora di essersi delineato (la telefonata volenterosamente depistante), gli screzi si ricompongono un po' troppo alla svelta e la pace familiare torna a regnare su tutto e tutti. E non bastano una sequenza perfettamente congegnata come quella del pranzo "riparatore", magnifico esempio di come tutto possa andare per il verso giusto (che poi nello slapstick è quello sbagliato) anche se gli ingredienti non sono di prima scelta (se si azzecca il ritmo e lo si mantiene senza cedimenti, il più è fatto), e la strizzata d'occhio conclusiva (la famiglia che si "sgretola" sullo schermo del pc) ad affrancare Io, loro e Lara dalla categoria, inevitabilmente malinconica, del "carino".
Superbo il cast, comunque, capitanato da un'Anna Bonaiuto in grande spolvero, e bella l'intensità con cui Laura Chiatti regge i numerosi primi piani a lei dedicati (luminoso, in particolare, quello dell'orazione funebre). Curiosità: sotto il trucco pesante di Aida ritroviamo Agnese Claisse, figlia di Laura Morante, deliziosa e insopportabile pupetta in Ferie d'agosto di Paolo Virzì.
Stefano Selleri
(10/01/2009)
IO, LORO E LARA: CARLO VERDONE E' UN PRETE MISSIONARIO IN CRISI CON LA FEDE. IL RITORNO DALLA MISSIONE IN AFRICA NELLA PROPRIA FAMIGLIA DI ORIGINE PER RITROVARE SE STESSO E UN PO' DI CONFORTO SARA', AL CONTRARIO, ALQUANTO TRAGICO. E LA COMPARSA DI LARA (LAURA CHIATTI) ALL'ORIZZONTE NON FARA' CHE AUMENTERE LO SCOMPIGLIO
In DVD: Dal 25 MAGGIO
Dal 5 GENNAIO
"L’idea... di un sacerdote missionario, da dieci anni in Africa, che è costretto a rientrare a Roma in seguito ad una lenta ed inesorabile perdita della fede, mi sembrava un ottimo tema anche se delicatissimo. E se il consiglio che riceve, con buon senso dai suoi superiori, è quello di prendersi una 'pausa di riflessione' tornando a vivere per un mese dalla sua famiglia vera, ecco che il soggetto comincia a delinearsi più chiaramente facendo presagire colpi di scena e forti contrasti... Credo che la forza del film risieda nel far entrare un sacerdote 'moderno' all’interno dei problemi attuali di una famiglia e di coinvolgerlo fino alle estreme conseguenze che lo porteranno ad agire in situazioni veramente imbarazzanti con fatica improba. E alla fine
fargli compiere una specie di 'miracolo': quello di creare un clima di tolleranza, di buon senso e di concordia in tutti. Il messaggio finale del film è chiaro, commovente ma liberatorio. Perché è un’immagine che tutti noi vorremmo vedere nel nostro nucleo famigliare e nella società d’oggi. E sicuramente in Carlo, dopo essersi imbattuto nelle nevrosi del mondo 'occidentale', così sbandato ed effimero, la voglia di tornare da dove è partito, dove i problemi sono veri e pesanti, si fa sempre più pressante...".
Il regista, co-soggettista, co-sceneggiatore e attore Carlo Verdone
(Io, loro e Lara ITALIA 2009; commedia; 115'; Produz. Warner Bros.; Distribuz.: Warner Bros.)
Dal 5 GENNAIO
"L’idea... di un sacerdote missionario, da dieci anni in Africa, che è costretto a rientrare a Roma in seguito ad una lenta ed inesorabile perdita della fede, mi sembrava un ottimo tema anche se delicatissimo. E se il consiglio che riceve, con buon senso dai suoi superiori, è quello di prendersi una 'pausa di riflessione' tornando a vivere per un mese dalla sua famiglia vera, ecco che il soggetto comincia a delinearsi più chiaramente facendo presagire colpi di scena e forti contrasti... Credo che la forza del film risieda nel far entrare un sacerdote 'moderno' all’interno dei problemi attuali di una famiglia e di coinvolgerlo fino alle estreme conseguenze che lo porteranno ad agire in situazioni veramente imbarazzanti con fatica improba. E alla fine
fargli compiere una specie di 'miracolo': quello di creare un clima di tolleranza, di buon senso e di concordia in tutti. Il messaggio finale del film è chiaro, commovente ma liberatorio. Perché è un’immagine che tutti noi vorremmo vedere nel nostro nucleo famigliare e nella società d’oggi. E sicuramente in Carlo, dopo essersi imbattuto nelle nevrosi del mondo 'occidentale', così sbandato ed effimero, la voglia di tornare da dove è partito, dove i problemi sono veri e pesanti, si fa sempre più pressante...".
Il regista, co-soggettista, co-sceneggiatore e attore Carlo Verdone
(Io, loro e Lara ITALIA 2009; commedia; 115'; Produz. Warner Bros.; Distribuz.: Warner Bros.)
Trailer | Titolo in italiano: Io, loro e Lara Titolo in lingua originale: Io, loro e Lara Anno di produzione: 2009 Anno di uscita: 2010 Regia: Carlo Verdone Sceneggiatura: Carlo Verdone, Francesca Marciano e Pasquale Plastino Soggetto: Carlo Verdone, Francesca Marciano e Pasquale Plastino. Cast: Carlo Verdone (Carlo Mascolo) Laura Chiatti (Lara) Anna Bonaiuto (Beatrice Mascolo) Marco Giallini (Luigi Mascolo) Sergio Fiorentini (Alberto Mascolo) Angela Finocchiaro (Elisa Draghi) Olga Balan (Olga) Agnese Claisse (Aida) Tamara Di Giulio (Eva) Cristina Odasso (Mirella Agnello) Giorgia Cardaci (Francesca) Marco GUadagno (Padre Giulio) Roberto Sbaratto (Padre Savastano) Loukoula Letizia Sedrick Boupkouele (Madou) Antoinette Kapinga Mingu (Sofia) Nimata Carla Akakpo (Hakira) Gianfranco Mazzoni (Signor Gallone) Valeria Ceci (Signora Gallone) Marco Minetti (Venditore autosalone) Musica: Fabio Liberatori Costumi: Tatiana Romanoff Scenografia: Luigi Marchione Fotografia: Danilo Desideri Montaggio: Claudio Di Mauro Scheda film aggiornata al: 27 Maggio 2010 |
poi arriva Lara
"Io, loro e Lara" la nuova commedia dolce amara del regista Carlo Verdone. Dimenticate i cinepanettoni: si ride senza volgarità e non mancano le riflessioni.
Carlo Verdone abbandona i personaggi grotteschi e stereotipati che hanno caratterizzato alcuni suoi film e torna alla commedia seria. In questa sua ultima fatica non si fa più rappresentante della borghesia un po’ coatta di Roma, ma indossa l’abito talare. L’“Io” del titolo è Carlo Mascolo, missionario che vive in un villaggio africano.
Nonostante i numerosi impegni, però, inizia a soffrire di una crisi spirituale che lo porterà a casa, a Roma, per parlare con i suoi superiori. Saranno proprio questi ultimi a consigliargli di passare un po’ di tempo in famiglia, “loro”.
L’accoglienza non è delle migliori: il padre, capello tinto e ringiovanito di dieci anni, si è sposato con la badante ucraina Olga; i fratelli, un broker cocainomane e una psicologa fuori di testa abbandonata dal marito, le hanno dichiarato guerra perché, a quanto pare, sta facendo di tutto per far morire il marito prima del tempo (corsi di ballo latino americani, abolizione delle medicine). Il già confuso Carlo deve così abbandonare momentaneamente i suoi problemi per cercare di sedare le liti famigliari.
E poi ovviamente c’è Lara, guida turistica che di notte si spoglia davanti alla web cam, ma che ostenta un’aria da educanda con l’assistente sociale.
Come entrerà a far parte della vita della famiglia Mascola, Carlo Verdone non lo racconta, preferisce che rimanga una sorpresa. Si sa solo che gli effetti saranno sorprendenti: non mancheranno risate e gag divertenti, ma il regista ci tiene a ribadire che questo film è soprattutto una riflessione sul mondo odierno, sulla perdita dei valori e sull’intolleranza, con un finale “che è il migliore che abbia mai girato”.
Carlo Verdone abbandona i personaggi grotteschi e stereotipati che hanno caratterizzato alcuni suoi film e torna alla commedia seria. In questa sua ultima fatica non si fa più rappresentante della borghesia un po’ coatta di Roma, ma indossa l’abito talare. L’“Io” del titolo è Carlo Mascolo, missionario che vive in un villaggio africano.
Nonostante i numerosi impegni, però, inizia a soffrire di una crisi spirituale che lo porterà a casa, a Roma, per parlare con i suoi superiori. Saranno proprio questi ultimi a consigliargli di passare un po’ di tempo in famiglia, “loro”.
L’accoglienza non è delle migliori: il padre, capello tinto e ringiovanito di dieci anni, si è sposato con la badante ucraina Olga; i fratelli, un broker cocainomane e una psicologa fuori di testa abbandonata dal marito, le hanno dichiarato guerra perché, a quanto pare, sta facendo di tutto per far morire il marito prima del tempo (corsi di ballo latino americani, abolizione delle medicine). Il già confuso Carlo deve così abbandonare momentaneamente i suoi problemi per cercare di sedare le liti famigliari.
E poi ovviamente c’è Lara, guida turistica che di notte si spoglia davanti alla web cam, ma che ostenta un’aria da educanda con l’assistente sociale.
Come entrerà a far parte della vita della famiglia Mascola, Carlo Verdone non lo racconta, preferisce che rimanga una sorpresa. Si sa solo che gli effetti saranno sorprendenti: non mancheranno risate e gag divertenti, ma il regista ci tiene a ribadire che questo film è soprattutto una riflessione sul mondo odierno, sulla perdita dei valori e sull’intolleranza, con un finale “che è il migliore che abbia mai girato”.
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Un film corale, in cui tutti sono protagonisti, girato quasi esclusivamente in interni e con un impianto fortemente teatrale. Il regista è, infatti, tornato agli studi di Cinecittà, dove non metteva piede dal 1991, quando aveva diretto Margherita Buy in Maledetto il giorno che t'ho incontrato, storia sempre di nevrosi e psicanalisi.
Nel cast oltre a Verdone, per una volta in un ruolo molto misurato, Marco Giallini, Anna Bonaiuto, Angela Finocchiaro e “il più bel primo piano del cinema italiano”, l’attrice Laura Chiatti, con cui Verdone voleva lavorare da tempo. Perno cui ruotano tutti attorno, la sua Lara è divertente, buffa ma anche molto misteriosa e complessa. Di lei non si sa quasi nulla.
Per scoprirlo non ci resta che andare al cinema dal 5 Gennaio 2010.
CAST ARTISTICO
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Carlo Verdone - Carlo Mascolo
Laura Chiatti - Lara
Anna Bonaiuto - Beatrice Mascolo
Marco Giallini - Luigi Mascolo
Sergio Fiorentini - Alberto Mascolo
Angela Finocchiaro - Elisa Draghi
CAST TECNICO
Regia di Carlo Verdone
Sceneggiatura Carlo Verdone, Carlo Plastino, Francesca Marciano
Montaggio Claudio Di Mauro
Scenografie Luigi Marchione
Fotografia Danilo Desideri
Costumi Tatiana Romanoff
Laura Chiatti - Lara
Anna Bonaiuto - Beatrice Mascolo
Marco Giallini - Luigi Mascolo
Sergio Fiorentini - Alberto Mascolo
Angela Finocchiaro - Elisa Draghi
CAST TECNICO
Regia di Carlo Verdone
Sceneggiatura Carlo Verdone, Carlo Plastino, Francesca Marciano
Montaggio Claudio Di Mauro
Scenografie Luigi Marchione
Fotografia Danilo Desideri
Costumi Tatiana Romanoff
07 gennaio 2010 | Di Jessica Fornasari |
| ![]() Io, loro e Lara di Carlo Verdone con Carlo Verdone, Laura Chiatti, Anna Bonaiuto, Marco Giallini, Sergio Fiorentini, Angela Finocchiaro Link |
film designer, production designer, art director
scenografo italiano, cinema italiano
Luigi Marchione scenografo italiano. Ha progetatto scenografie per film per il cinema , televisione e teatro. registi, cinema italiano, teatro, pittura
art director & film designer, scenografo cinema italiano
Ha realizzato scenografie per il teatro e per l'Opera. FRANCESCA ZAMBELLO, TEATRO DELL’OPERA DI ROMA LUCA RONCONI , TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA, Teatro LA SCALA DI MILANO. Ha firmato numerose scenografie teatrali fin dal 1988.
SCENOGRAFO CINEMA ITALIANO
Progettazione scenografica per rilevanti produzioni cinematografiche italiane.
Ha collaborato con diversi registi, tra cui Alessandro D’Alatri, Carlo Verdone, Francesca Archibugi, Giovanni Veronesi. Con Ermanno Olmi ha progetatto le scenografie per il “Il Mestiere delle Armi” (premi / awards: David Di Donatello 2002 Silver Ribbon 2002 Capitello D'Oro 2002 Sannio Film Festival); e “Cantando dietro i paraventi” (premi / awards: Comunicazione e Arte 2004, David Di Donatello 2004 Silver Ribbon 2004 Capitello D'oro 2004 Diamanti al Cinema 2004 Scenografia e Giornalismo 2004) set designer, set decorator. Nell’art direction per “Modigliani” regia di M. Davis, nomination Satellite Award Outstanding Art Direction 2003, premio qualità Ministero dello Spettacolo. Premio Dante Ferretti Italian Film Festival 2005.
Ha collaborato con diversi registi, tra cui Alessandro D’Alatri, Carlo Verdone, Francesca Archibugi, Giovanni Veronesi. Con Ermanno Olmi ha progetatto le scenografie per il “Il Mestiere delle Armi” (premi / awards: David Di Donatello 2002 Silver Ribbon 2002 Capitello D'Oro 2002 Sannio Film Festival); e “Cantando dietro i paraventi” (premi / awards: Comunicazione e Arte 2004, David Di Donatello 2004 Silver Ribbon 2004 Capitello D'oro 2004 Diamanti al Cinema 2004 Scenografia e Giornalismo 2004) set designer, set decorator. Nell’art direction per “Modigliani” regia di M. Davis, nomination Satellite Award Outstanding Art Direction 2003, premio qualità Ministero dello Spettacolo. Premio Dante Ferretti Italian Film Festival 2005.
SCENOGRAFO, ARTE, PITTORE
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